Articolo di Elena Grilli pubblicato nel 2011 su “Psicoin“.

“Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima”

(Elie Wiesel)

 

Quando cinque anni fa iniziai le mie attività di consulenza per “Donne e Giustizia”, non immaginavo quanto quest’esperienza mi avrebbe cambiato la vita, né quanto avrebbe sovvertito tutto ciò che sapevo di psicologia.
Entrata con l’idea ingenua che avrei avuto a che fare con situazioni patologiche – di uomini malati di mente capaci di aberrazioni nei confronti delle donne che dichiarano di amare o di donne altrettanto malate e fragili, dipendenti e passive – sono stata costretta a constatare un quadro ben più inquietante, di una violenza sì orribile, ma quotidiana, tanto ordinaria da non prestarsi ad alcuna classificazione diagnostica, e soprattutto tanto intessuta nei rapporti tra generi da passare per normale e quindi inosservata anche quando le donne gridano la loro disperazione e chiedono aiuto più e più volte.
Quasi subito ci si rende conto che si tratta di un ambito di intervento, quello sulle donne maltrattate, che non solo rappresenta una sfida professionale per la complessità dei bisogni di cui esse sono portatrici, ma comporta anche una messa in discussione totale del personale essere donna in questo mondo, in questa società e in questa dimensione culturale, che coinvolge non solo le donne maltrattate, ma anche le donne che lavorano in qualità di operatrici, avvocate e psicologhe del centro anti-violenza. Di più: tutte le donne.
Si è infatti costrette a constatare che, come sostiene Patrizia Romito, esiste un continuum tra il desiderio di esercitare un dominio totale sulla propria partner – anche distruggendone l’autonomia materiale e psicologica attraverso la violenza – e i modelli socialmente accettati di mascolinità. È questa la chiave di lettura che è necessario avere per approcciarsi ad un caso di violenza domestica mantenendoci non giudicanti nei confronti della donna che chiede aiuto, consapevoli della cornice culturale in cui le violenze avvengono e sono tollerate, lucide nella ricerca di soluzioni che tengano conto dei limiti innanzi tutto oggettivi ed esterni alla donna – più che solo psicologici – che le sono di ostacolo nei suoi tentativi di affrancarsi dalla violenza.
Un’altra particolarità, capace di togliere la terra da sotto i piedi ad una psicologa, è la seguente: in nessun altro ambito di intervento psicologico o psicoterapeutico che io conosca è necessaria, per procedere correttamente, una precisa scelta di non-neutralità, come nel caso della consulenza alle donne vittime di violenze domestiche. Si tratta di contesti qualitativamente diversi dalla semplice conflittualità di coppia, in cui entrambi i partner hanno una modalità aggressiva e disfunzionale di risolvere il conflitto e soprattutto una responsabilità condivisa e più o meno paritaria. Parliamo invece di situazioni in cui lo squilibrio di potere, di forza, di risorse economiche e materiali, di manipolazione e controllo è tale, da annichilire completamente la donna, limitata nella sua libertà, costretta a vivere in una condizione di isolamento e dipendenza economica, picchiata selvaggiamente se osa ribellarsi, minacciata di essere uccisa se se ne va. Talvolta uccisa davvero. Non è possibile non fare una scelta di valore: dalla parte della vittima, sempre; la responsabilità della violenza a chi la compie, sempre. In realtà non è solo una scelta di valore, ma l’unica modalità operativa veramente utile. La pretesa di neutralità – che dovrebbe portare entrambe le parti a riconoscere la propria corresponsabilità – è pura illusione in queste situazioni e la conseguenza possibile è mettere la donna in un rischio ancora maggiore per la sua incolumità. Rispecchiare alla donna anche solo una parte della responsabilità in quello che accade a casa, infatti, equivale a colludere col maltrattante, il quale utilizza già ampiamente la tecnica della colpevolizzazione della sua vittima, ripetendole che è lei a sbagliare, a provocare, a esasperare. Si farebbe quindi il gioco dell’uomo violento, legittimando le sue accuse nei confronti della partner e togliendo invece a quest’ultima la legittimità della sua reazione alla violenza. Non è dunque evitabile una scelta di campo.

Gli ostacoli che le donne incontrano

La ricerca degli ultimi quarant’anni ha messo in discussione le categorie di derivazione psicoanalitica – il masochismo femminile e il bisogno inconscio di dolore e punizione – chiamate in causa e ampiamente utilizzate fino agli anni ’60 per spiegare l’assenza di motivazione alla separazione delle donne maltrattate.
Negli anni ’70 e ’80, la ricerca sociale – dati empirici alla mano – ha rigettato l’idea di patologia per mettere in luce i concetti di condizionamento legato ai ruoli di genere, il sessismo istituzionalizzato, i limiti legati alle condizioni materiali, economiche e sociali delle donne. Più spesso disoccupate (e anche quando occupate con un reddito inferiore agli uomini), molte donne che volessero separarsi da un partner violento – poco propenso ad essere puntuale nel versare il dovuto mantenimento – esporrebbero se stesse ed i propri figli a condizioni di povertà. Le donne che vengono a chiedere aiuto nel centro anti-violenza sono portatrici anche di bisogni come: un lavoro, un tetto, un mezzo di trasporto, servizi per i figli minori. La psicologizzazione del problema è in questi casi una risposta inadeguata, che colpevolizza la donna e chiude gli occhi di fronte agli impedimenti reali che le rendono impossibile interrompere l’abuso da sola.
A questi si aggiungono gli ostacoli di ordine sociale e ambientale. Il mancato accesso al sostegno di una rete sociale è un aspetto spesso presente in donne che per effetto della violenza fisica e psicologica hanno gradualmente rotto i ponti talvolta perfino con la propria famiglia d’origine, per essere completamente ostaggio del maltrattante. Se la rete di sostegno informale è spesso deteriorata, quella formale ed istituzionale non è sempre efficace. Le donne chiedono aiuto più spesso che in passato, ottenendo però in alcuni casi risposte che anziché aiutarle le lasciano nello status quo, inducendo in loro un senso di impotenza crescente. Possono essere convinte a tornare da quell’uomo che “in fondo è suo marito” ed ha “pure lui i suoi problemi” oppure “per il bene dei figli”. Quando infine subentra la rassegnazione e la donna perde totalmente la speranza di poterne uscire, cala su di loro un giudizio sociale ancora più negativo, di donne malate, incapaci di arrestare la violenza o di interrompere il rapporto abusante.
Patrizia Romito descrive tre tipi di risposte disfunzionali che l’ambiente dà alla richiesta di aiuto della donna vittima di violenze familiari: (1) il non riconoscimento o la minimizzazione della violenza; (2) il rifiuto, che si verifica quando pur prendendo atto che le violenze avvengono, se ne dà la colpa alla donna; (3) la psicologizzazione abusiva, quando si ricercano le cause delle difficoltà della donna nella sua psicologia giudicata patologica, anche se la richiesta si collocava su un piano completamente diverso (ad esempio la donna chiedeva cure mediche o un aiuto economico). In ognuno di questi casi, l’operatore che riceve la richiesta d’aiuto sembra solidarizzare con l’uomo violento, e la donna si sente dire con un gergo solo un po’ più tecnico concetti già abbondantemente espressi in forma di insulto dal loro maltrattante: (1) “Che vuoi che sia, era solo uno schiaffo, non piagnucolare per niente!”; (2) “Che vuoi da me, sei tu che provochi!”; (3) “Sei tu la pazza, sei una donna indegna!”.
Tra gli ostacoli di ordine sociale includiamo anche la tutela inadeguata della sicurezza. Molte donne restano bloccate nella situazione di violenza, più che da un elemento di irrazionalità, piuttosto da un dato di realtà e da una attenta e razionale valutazione del rischio. Esse sanno bene che se provassero a lasciare il partner, andrebbero incontro ad un rischio maggiore per la propria incolumità e sanno che le istituzioni non le proteggerebbero. I numerosi casi di stalking, molti dei quali sfociati in omicidio, testimoniano che questa valutazione è spesso corretta e che in realtà si rischia di meno assecondando l’uomo e rimanendo con lui.
Pur continuando a considerare determinanti i fattori socio-culturali, ed avendo abbandonato definitivamente l’idea di un invischiamento patologico, a partire dagli anni ’90 si iniziano ad enucleare altre cause, di ordine cognitivo, per cui le donne fanno fatica a lasciare un partner violento. Naturalmente queste ricerche costituiscono un patrimonio prezioso per la consulenza psicologica alle utenti del centro anti-violenza, perché permettono di individuare, discutere e ristrutturare gli ostacoli interni all’uscita dalla violenza. Di seguito un elenco dei punti principali:
Informazioni e credenze erronee – Alcune donne possono essere frenate dal prendere una decisione definitiva di interrompere la relazione abusante da una serie di informazioni sbagliate, spesso insinuate dal maltrattante stesso sotto forma di minaccia. Alcune possono temere che l’uomo sarà in grado di togliere loro l’affidamento dei figli se se ne vanno. Altre pensano che se non hanno prove della violenza subita, non possono fare denuncia alle forze dell’ordine. Altre ancora non hanno idea di quali comportamenti costituiscano reato e siano quindi denunciabili. Spesso c’è una ignoranza sui loro diritti fondamentali in caso di divorzio. Si tratta naturalmente di un tipo di ristrutturazione cognitiva che viene attuata dalle avvocate del centro semplicemente trasferendo le informazioni corrette. Questa operazione, benché banale, è capace da sola di alleviare notevolmente i timori delle donne.
Non percepire se stessa come vittima di violenza
– Molte donne, come si è già visto, non sono poi così passive come il senso comune ritiene: si difendono e difendono i loro figli, cercano di far intervenire familiari e amici, cercano di ragionare con l’uomo affinché cambi, utilizzano strategie disparate per cercare di far funzionare il loro matrimonio. Questo essere così attive paradossalmente impedisce loro di vedere se stesse come “la tipica donna maltrattata” e la conseguenza è che potrebbero non chiedere aiuto. Un altro meccanismo è quello della normalizzazione, cioè il percepire atti violenti da parte del marito come qualcosa di normale, che si verifica in ogni matrimonio. La situazione è naturalmente più grave quando vi è isolamento dal contesto sociale e assenza di un confronto con altre persone che potrebbero fornire interpretazioni diverse della realtà.
Percezione stabile del pattern della violenza – La ricerca ha stabilito un nesso tra la decisione delle donne di andarsene e la loro percezione che la violenza stia diventando nel tempo più frequente e più grave. Questo infatti le porta a fare una previsione di ulteriore peggioramento delle loro condizioni di vita e a una perdita della speranza che le cose possano cambiare in meglio. Viceversa, la percezione che la violenza si sta mantenendo costante nel tempo, così come il non percepire una diminuzione nella quantità di affetto espresso nella coppia, è una strategia cognitiva che da un lato permette a queste donne di vedere la relazione più positivamente e di “tenere duro”, ma dall’altro le induce a restare.
Attribuzioni causali e di responsabilità – Chi subisce atti violenti naturalmente cercherà di darsi delle spiegazioni circa il perché sia accaduto questo proprio a lei. Le spiegazioni che si dà sono cruciali nel processo di decision making (andarsene/restare). È infatti più probabile che decida di lasciare il partner la donna che si dà una spiegazione in termini di attribuzione (1) interna al partner, (2) globale e (3) stabile, cioè se dirà a se stessa che le cause della violenza risiedono in qualcosa che appartiene alla personalità del partner, al suo modo di essere globale che è immodificabile. Se invece si dà spiegazioni in termini di attribuzione esterna (un momento difficile per il partner che magari è nervoso perché ha perso il lavoro) oppure interna a se stessa (sono io che ho sbagliato), questa decisione è molto meno probabile, perché la donna confida che la violenza cesserà se ad esempio determinate condizioni esterne miglioreranno oppure se loro stesse staranno più attente a non sbagliare.
Investimento psicologico nella relazione
– Per alcune donne è estremamente dolorosa l’esperienza di constatare come anche l’estremo sacrificio non sia servito a far funzionare il matrimonio e per una reazione spiegabile come il risultato di una dissonanza cognitiva, preferiscono rinnovare gli sforzi, investendo ancora di più, in termini di tempo, risorse, sopportazione. In questo incidono fortemente anche valori morali e religiosi e stereotipi di genere che vogliono la donna “angelo del focolare” interamente responsabile del benessere e dell’armonia familiari. A questo si aggiunge che anche una relazione abusante avrà certamente degli elementi di gratificazione per la donna, quelli che vengono evocati come “i momenti belli”. Leonore Walker, già alla fine degli anni ’70 teorizzava il noto “ciclo della violenza”, suggerendo che spesso i maltrattamenti erano seguiti da un periodo di calma (detta “fase luna di miele”), durante il quale il maltrattante può impegnarsi in comportamenti compensatori quali fare regali, promesse di cambiamento, mostrare affetto, fare complimenti. Insomma, subito dopo l’episodio di violenza, il comportamento del maltrattante tende ad avvicinarsi a quello dell’uomo ideale e fa rinascere le speranze nella possibilità di una unione felice. Il comportamento della donna di continuare la relazione viene così rinforzato all’interno di un complesso sistema di premi e punizioni.
Ho elencato solo alcune delle risultanze della recente letteratura sul tema della “stay-leave decision”. Caso per caso, poi, la psicologa sarà in grado di individuare anche molti altri “pensieri-ostacolo” che necessitano di essere ristrutturati per aiutare la donna ad emanciparsi dalla violenza. Tra questi, un’idea di se stessa come poco amabile e indegna di felicità, doverizzazioni assolute su di sé, catastrofizzazioni, idee fatalistiche, pensieri di espiazione, giudizi negativi su di sé in termini di inadeguatezza, nonché la tendenza a commisurare il proprio valore personale sulla base della maggiore o minore aderenza al ruolo culturalmente associato al genere femminile.

Il processo di uscita dalla violenza

L’intrappolamento in una relazione violenta è graduale e può essere descritto come un processo di progressivo adattamento attraverso il quale le donne modellano il proprio comportamento in una direzione di crescente accondiscendenza, remissività, sottomissione, non necessariamente perché sono persone per natura passive e dipendenti, bensì perché queste modalità sono funzionali a prevenire le esplosioni di rabbia. A breve termine funzionano, sono utili a scongiurare la violenza e quindi vengono apprese come strategia di sopravvivenza. Di fatto lo stile passivo spesso è la risposta più adattiva al pericolo, anche se ovviamente diventa disfunzionale a lungo termine. La scelta di passività infatti riduce piano piano la self-efficacy, restringe le strategie di coping e aumenta la dipendenza.
Come l’intrappolamento, così anche l’uscita dalla violenza può essere concettualizzata più come un processo che come un singolo evento: un processo non lineare, con temporanee interruzioni, regressioni, strategie preparatorie, che inizia prima della separazione fisica e che continua ben oltre la separazione stessa. Si tratta di un fenomeno complesso, che implica non una decisione, ma molte decisioni e molte azioni, in un arco di tempo di mesi o anni. Sono possibili ripensamenti, pentimenti, dubbi, accelerazioni, titubanze, cambiamenti di rotta, il tutto in stretta relazione non solo con i cambiamenti sul piano cognitivo (nella percezione della donna rispetto a se stessa, al partner, al loro rapporto e alla violenza), ma anche, come si è già visto, con i fattori sociali e ambientali che possono intervenire a facilitare od ostacolare la donna in questo percorso, sostenendo la sua determinazione oppure fiaccandola col biasimo.
Il processo non si arresta con la separazione fisica dal partner per tre ordini di motivi. Il primo è che non è possibile far coincidere l’uscita dalla violenza con la semplice interruzione del rapporto. Chiudere una relazione non equivale a lasciarsi la violenza alle spalle: si avrà a che fare col maltrattante e si sarà esposte ad una possibile violenza ogni volta che lui l’andrà a cercare per insistere di tornare insieme oppure ogni volta che in virtù di un affido congiunto si dovranno scambiare i figli. I dati forniti dalle ricerche sullo stalking indicano una tendenza generale all’esacerbazione della violenza in seguito alla separazione, piuttosto che una sua cessazione. Il secondo motivo risiede nel fatto che, se le donne all’interno di una relazione abusante vanno facilmente incontro a conseguenze talvolta serie per la loro salute mentale, quando decidono di separarsi sono esposte ad un rischio addirittura maggiore di depressione. Le cause sono da ricercare nell’aumentato carico di stressors a cui la donna va incontro in una fase che comporta sfide importanti: trovarsi un lavoro, un altro tetto, ricostruire rapporti sociali e una rete di sostegno, battaglie legali per l’affidamento dei figli, oltre che continuare a difendersi dalle violenze che magari si sono fatte perfino più pericolose.
Il terzo motivo ha a che fare con un fenomeno tutt’altro che raro e che favorisce un giudizio negativo sulla donna: la possibilità di un ritorno dal partner violento. La letteratura più recente tende a leggere questo fenomeno in chiave sempre più positiva, come un evento possibile che fa parte del processo di uscita dalla violenza piuttosto che il fallimento del processo stesso determinato dalla definitiva incapacità della donna di farcela. Ad ogni breve separazione e ritorno corrisponde l’acquisizione di nuove coping skills e un innalzamento della self-efficacy (naturalmente a patto che l’operatrice con cui viene in contatto ne dia questa lettura); è come se la donna si esercitasse prima della separazione definitiva attraverso dei brevi tentativi preparatori. Di fatto la ricerca quantitativa ci dice che esiste una correlazione forte tra la probabilità di troncare definitivamente un rapporto maltrattante ed il numero di precedenti separazioni. Come illustrano due ricercatrici (Lerner e Kennedy, 2000), la tentazione al ritorno appare inversamente proporzionale alla self-efficacy della donna in un dato momento. Nei primi 6 mesi dopo la separazione vi è il massimo di vulnerabilità, di tentazione a tornare e sintomi legati al trauma (disturbi del sonno, depressione, dissociazione), che tendono a decrescere nel tempo di pari passo con l’aumento della fiducia in sé. Dopo un anno fuori dalla relazione abusante, avviene l’inversione di tendenza: i livelli di self-efficacy sorpassano la tentazione di tornare indietro.
Come è facile intuire, sposare un’ottica di tipo processuale aiuta le operatrici a sospendere il giudizio nei confronti della donna e rende più agevole individuare quei fattori e quelle abilità che possono essere rinforzate in un progetto razionale di uscita dalla violenza. Viceversa, pensare che lasciare il partner violento sia una singola decisione da ricondurre ad una questione di volontà individuale, rende più facile vedere solo i fallimenti della donna, le sue inadeguatezze, i suoi deficit.

La consulenza psicologica in un centro anti-violenza

Compito del centro antiviolenza è di accompagnare la donna e sostenerla almeno in una parte di questo processo. La richiesta d’aiuto può arrivare in qualunque fase e la consulenza si deve naturalmente adattare agli specifici bisogni di quella fase.
Per quanto riguarda la specificità della consulenza psicologica, essa mira a facilitare quei cambiamenti a livello cognitivo, emotivo e comportamentale che vanno nella direzione di una crescente capacità di tutelare la propria sicurezza (a prescindere che la donna voglia o meno interrompere il rapporto), di contrastare il processo di vittimizzazione e di addivenire ad un progetto per la propria vita autonoma e libera dalla violenza. Di seguito uno schema illustrativo con esempi di azioni nelle varie fasi del processo di uscita dalla violenza.

All’interno della relazione
Educare a riconoscere i vari tipi di violenza
Informare sull’impatto della violenza domestica sulla salute fisica e psicologica
Spiegare le conseguenze della violenza diretta e/o assistita sui bambini
Fornire una interpretazione alternativa della realtà
Descrivere il ciclo della violenza
Ridefinire la situazione come abuso
Insegnare a riconoscere i segnali premonitori dell’escalation violenta
Insegnare la tecnica del time-out, per arrestare l’escalation

Fase di separazione
Fornire riferimenti e contatti
Dare informazioni specifiche su servizi e risorse del territorio
Sostenere la motivazione al cambiamento e il senso di auto-efficacia

Post-separazione
Ascoltare difficoltà e dubbi, dare conferme
Sottolineare i progressi che sta ottenendo
Sostenere il benessere psicologico rinforzando i fattori protettivi
Rielaborare i ricordi dolorosi
Insegnare strategie per difendersi dallo stalking
Migliorare l’assertività

Eventuale ritorno
Analizzare i motivi che l’hanno indotta a tornare
Rinforzare i risultati ottenuti
Consolidare le abilità e le strategie di coping acquisite

L’importanza di personalizzare la consulenza rispetto alla fase in cui si trova la donna non ha a che fare solo con una valutazione dell’efficacia del nostro intervento (ad esempio, è inutile prospettarle un piano di fuga se lei non ha chiare le conseguenze nefaste della violenza ed ha una tendenza a minimizzarla), ma anche con evidenze legate alla sicurezza (ad esempio, mirare ad aumentare i comportamenti di autonomia e a rafforzarne l’assertività può metterla a rischio di violenze più gravi finché è ancora all’interno di un rapporto totalmente controllante).
Il racconto che la donna fa della sua esperienza di violenza può essere anche molto lungo ed arrivare a riferire di esperienze dell’infanzia che lei ritiene essere all’origine delle sue attuali difficoltà. Sono le situazioni in cui la donna sente di essere portatrice di una sorta di “vulnerabilità” personale che la rende fragile di fronte all’aggressività o al controllo del partner attuale. Naturalmente uno spazio di ascolto viene offerto e la sofferenza della donna accolta. Tuttavia un’analisi approfondita di questo livello attiene ad una vera e propria psicoterapia, servizio che il CAV non effettua. Di conseguenza è necessario che l’assessment e la restituzione alla donna di quanto emerso dalla nostra valutazione rimangano focalizzati maggiormente sul presente e sui fattori di mantenimento delle problematiche attuali piuttosto che sui fattori predisponenti.
Vengono quindi analizzati gli episodi di violenza, gli stimoli che scatenano la rabbia dell’uomo, i comportamenti disfunzionali della donna nel gestire l’escalation violenta. Si ricostruisce l’andamento della violenza nel tempo, in termini di frequenza ed intensità, per mostrare alla donna la tendenza all’aggravamento e portandola alla constatazione che le sue speranze di poter cambiare il partner non sono precisamente ben riposte (qui si va a colpo sicuro, perché non succede mai che l’andamento della violenza nel tempo sia decrescente!).
Si prendono in esame le spiegazioni che la donna si dà di questa violenza, perché sappiamo come determinate idee disfunzionali possano avere un ruolo cruciale nel tenerla bloccata. Si ascoltano i ragionamenti talvolta confusi, per trovarne una logica e darne una spiegazione, come quando la donna riferisce di avere la sensazione di avere davanti un uomo doppio, un Jekyll e Hyde, o dichiara che è probabilmente affetto da personalità multiple e le si mostra come è invece lo stesso uomo, con una personalità ben precisa e un preciso bisogno di controllo, che la picchia per avere questo controllo e poi sempre assecondando lo stesso bisogno la implora di non lasciarlo perché la ama e non può vivere senza di lei. Si aiuta la donna a farsi chiarezza relativamente ai suoi sentimenti molteplici e contrastanti, per un uomo che sente di amare, odiare, compatire, temere, dando legittimità a tutte queste emozioni.
Si analizzano una ad una le strategie che la donna ha tentato nel tempo e senza troppo successo per arrestare la violenza, rinforzando comunque la sua forza, determinazione, capacità di farsi venire idee sempre diverse, perché sappiamo che al di là del fatto che queste strategie non hanno funzionato all’interno di una relazione dove il suo potere è nullo, la loro variabilità è comunque indice di una abilità di problem solving che la donna possiede e che le sarà utile nel fronteggiare le sfide del dopo separazione. Si ricostruiscono tutte le volte che ha chiesto aiuto e le è stata data una risposta che l’ha fatta sentire ancora più umiliata, sola, colpevole e le si spiega il ruolo degli stereotipi di genere nel modellare risposte quali: “Signora, non lo denunci, è pur sempre suo marito!” o “Per il bene dei suoi figli, ci passi sopra e fate pace.”
Tanto basta a ridare alla donna una idea di dignità personale che aveva perso, scrollandosi di dosso ingiusti sensi di colpa e attivare la sua motivazione al cambiamento. Si tratta di una restituzione con un potere ristrutturante potente, formulata in modo da facilitare il problem solving, senza necessità di sondare i traumi di un lontano passato, che meritano certamente di essere analizzati e rielaborati, ma in un setting terapeutico – molto diverso da quello che il CAV è in grado di offrire – e soprattutto in un tempo successivo alla uscita dalla spirale della violenza. Finché ne è prigioniera, infatti, tutte le sue energie fisiche e mentali saranno orientate a contrastare la rabbia e l’aggressività del partner, starà per forza di cose in uno stato di allerta continuo per una minaccia presente e reale, e difficilmente avrà la giusta disposizione mentale per affrontare un percorso lungo ed impegnativo come una psicoterapia.

Conclusioni

Fare l’operatrice di un centro-anti-violenza non è un lavoro e basta. Chi vuole la nostra assistenza non è una vittima e basta, e noi non siamo psicologhe e basta. Quando una psicologa donna e una donna maltrattata si incontrano, il fatto di appartenere entrambe al genere femminile non è insignificante e non è un fatto neutro. È un’esperienza esistenziale, che ci obbliga a rimettere in discussione l’ordine del mondo e a leggerlo con gli occhi dell’oppressione. È un’esperienza che ci catapulta giù dalla comoda seggiola di una discutibile neutralità per fare la scelta coraggiosa di stare con lei. “Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima” (Elie Wiesel).

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