Articolo di Elena Grilli pubblicato nel 2013 su “Psicoin”.

Lavorando con donne che subiscono prolungate e reiterate violenze in una relazione sentimentale, emerge in modo sistematico la questione della sicurezza, minacciata e da tutelare, prima di qualunque altro intervento.
Anche le psicologhe e gli psicologi, coinvolti a vario titolo, hanno un ruolo importante nella tutela della sicurezza delle donne.
Tutte le esperienze internazionali mostrano che i paesi in cui il fenomeno della violenza domestica è contrastato con maggiore efficacia ed efficienza, non sono i paesi in cui vi sono le pene più elevate, ma quelli ad alta inclusione, tolleranza della diversità ed intolleranza verso la violenza. Dove la frequenza dei femminicidi è più basso, è dove chi si comporta in modo violento va incontro ad una reazione sociale di rifiuto e biasimo. Dove le donne sono più sicure, è dove l’intera collettività si fa carico della sua sicurezza. Rispetto a questo, è chiaro quale potrebbe essere il ruolo degli psicologi e delle psicologhe nella prevenzione e nel contrasto del fenomeno violento, in termini di sensibilizzazione, educazione alla pace, alla pro-socialità, alla comunicazione assertiva per risolvere i conflitti.
Vi è però un altro tipo di interventi che compete alle psicologhe e che tipicamente vengono attuati in un centro anti-violenza oppure in una casa rifugio. Si tratta di quel percorso volto a ricostruire cognitivamente un pensiero di sicurezza personale, che le donne vittime di abusi possono intraprendere per ricominciare a pensare a se stesse in termini di persone degne di vivere sicure e libere dalla violenza, premessa necessaria affinché loro stesse mettano in atto comportamenti di auto-protezione.
L’obiettivo che mi propongo è quello di illustrare come sia la stessa esposizione ripetuta alla violenza a produrre come risultato l’incapacità delle vittime ad auto-proteggersi. Inoltre cercherò di esporre i metodi e le tecniche che possono essere utilizzati per ripristinare questa capacità e le accortezze da utilizzare in una psicoterapia per salvaguardare la sicurezza di una vittima di violenza domestica.

La capacità di auto-proteggersi

A volte si rimane stupite, nel lavoro quotidiano con donne che hanno subito maltrattamenti, dalla facilità con cui queste si espongono a situazioni rischiose, inclusa la tendenza a ritornare dal proprio partner violento dopo esserne fuggite, una volta cessato lo stato d’allarme conseguente ad una grave aggressione.
Mentre soggiorna in una casa rifugio, Pamela (tutti i nomi sono ovviamente di fantasia) non solo accetta di incontrare l’ex compagno, ma gli affida i due figli per un pomeriggio per andare a prendere un gelato insieme, nonostante lui per intimorirla abbia più volte minacciato di fare del male anche ai bambini. Carolina, che ha subito dal marito violenze talmente sadiche da essere equiparate alle peggiori tecniche di tortura, decide di lasciare la casa rifugio per tornare da lui, perché questi continua a chiamarla, a dichiararle un amore totale e a fare promesse di cambiamento. Fabiola sminuisce l’ultima feroce aggressione in cui ha rischiato di venire strozzata dal marito e più volte torna a casa sua per prendere delle cose che ha lasciato lì e che, dice, le servivano assolutamente. Carla, che ugualmente ha subito gravi violenze fin dall’inizio del proprio matrimonio, telefona al centro anti-violenza per disdire il successivo appuntamento, dichiarando che non è nulla, si tratta di cose di poco conto, problemini come ce ne sono in tutte le famiglie. Si tratta di alcuni esempi in cui il pensiero di sicurezza personale, per quella donna, non rientra fra le priorità.
In seguito ad un episodio di maltrattamento la richiesta d’aiuto è facilitata dalla reazione di paura innescata dal pericolo oggettivo che la donna deve fronteggiare. In questa fase è più facile per lei pensare alla fuga e alla interruzione definitiva del rapporto malsano. Non di rado, tuttavia, avviene un ripensamento per cui la donna decide di interrompere il percorso intrapreso, dichiara di non volersi più separare, ritira la denuncia, parla di quanto avvenuto normalizzando l’esperienza di abuso, come se fosse incapace di vedere la violenza che solo pochi giorni prima aveva attivato la richiesta d’aiuto. La donna potrebbe addirittura avere la sensazione che il contesto familiare sia rassicurante in quanto prevedibile, controllato, mentre è il mondo esterno ad essere pericoloso, richiestivo, difficoltoso.
Un elemento cruciale che porta queste donne a ragionare e comportarsi così è la sottovalutazione del rischio e la menomata capacità di correttamente decifrare determinate situazioni come pericolose per la propria incolumità. Due sono i principali fattori che concorrono a questa difficoltosa discriminazione del rischio: fattori culturali da un lato e fattori legati all’esperienza di violenza dall’altro.

Fattori culturali
La nostra cultura ci aiuta poco a discriminare tra un uomo affidabile e un uomo violento, tra una relazione sana e una abusante.
Attraverso il processo di socializzazione ci costruiamo una idea precisa di come dovrebbero essere un “vero uomo” e una “vera donna”. Gli stereotipi di genere ci fanno apparire come più appetibili gli individui che si avvicinano a quello stereotipo e meno attraenti quelli che se ne distanziano. Purtroppo per noi donne, gli stereotipi sono altamente ingannevoli. L’idea dominante di “uomo” è infatti corredata da tutta una serie di caratteristiche – duro, forte, poco incline alle emozioni, perfino un po’ brutale e possessivo – che paradossalmente sono i principali segnali d’allarme che all’inizio di una storia sentimentale potrebbero mettere in allarme una donna quando non è ancora coinvolta affettivamente e potrebbe essere più facile per lei stare alla larga da un partner potenzialmente pericoloso. In altre parole, proprio i tratti e i comportamenti che dovrebbero far scattare una reazione di allarme, sono gli stessi che la nostra cultura definisce in modo positivo, come piacevoli, rassicuranti, amabili, affascinanti. Capita così molto spesso che le donne fin dall’inizio di una relazione, accettino determinati comportamenti che sono invece vere e proprie mancanze di rispetto, semplicemente perché classificati – non solo da lei – come i modi in cui il “vero uomo” dovrebbe comportarsi. Film, canzoni, romanzi che abbiamo profondamente amato in effetti mostrano protagonisti maschili brutali o addirittura veri e propri teppisti come modelli attraenti.
Non solo: ci viene insegnato ad interpretare in chiave positiva anche il possesso e il controllo, che sono il principale movente di tutte le violenze sulle donne. Quante volte sentiamo associare il concetto di amore e quello di gelosia, come se fossero sovrapponibili, anzi come se la gelosia fosse indice e misura dell’amore.
Ascoltando i racconti delle donne vittime di violenza domestica, emerge che quasi nessuna di loro ha subito violenze gravi fin dall’inizio della relazione, quasi tutte all’inizio hanno interpretato come attraenti atteggiamenti che solo successivamente si sono esacerbati e sono sfociati in violenza vera e propria. Sono state attratte da lui perché appariva “forte”, “geloso di me”, “protettivo”, “innamorato al punto di fare follie”. Quando poi la violenza è esplosa, erano già coinvolte in una relazione significativa, magari erano già sposate e avevano figli, e a quel punto interrompere la relazione era già molto più difficile. Interrompere la relazione a questo punto, ce lo ricordano le cronache quotidiane, espone anche ad un maggiore rischio di femminicidio.
A volte gli stereotipi culturali ci ingannano talmente tanto da farci perdere di vista la reciprocità: si scivola così in una relazione totalmente controllante, in cui è uno dei due, l’uomo, a detenere il potere e l’altra, la donna, a subirlo. In fondo, non ci insegnano che l’uomo è cacciatore e la donna è la sua preda? L’idea culturalmente dominante di virilità contribuisce non poco, quindi, a intorpidire le capacità di reazione delle donne anche di fronte alle prime manifestazioni aggressive, rendendo così possibile l’inizio di un vero e proprio “intrappolamento”.

Fattori legati all’esperienza di violenza
Una volta intrappolata in una spirale di violenza, la capacità di discriminazione della violenza è destinata a ridursi ulteriormente, in conseguenza di meccanismi di adattamento al contesto violento. L’esposizione prolungata alla violenza produce come risultato un progressivo innalzamento della soglia di tolleranza per cui la donna gradualmente giustifica e tollera gradi crescenti di intensità della violenza. Attraverso meccanismi di minimizzazione, negazione ed auto-colpevolizzazione, in gran parte indotti dal maltrattante, le vittime vanno incontro ad una perdita della percezione della gravità e del reale pericolo.
In seguito ad una aggressione, il maltrattante darà la sua personale lettura dell’accaduto e il suo maggiore potere nella relazione gli consentirà di farla prevalere sulla percezione della donna. Minimizzerà la gravità della violenza e attribuirà la responsabilità alla vittima, giudicando il comportamento di lei come veramente grave (in termini di mancanza di rispetto, provocazione, negligenza, o altri comportamenti da punire).
A rendere il tutto più difficile è il fatto che il maltrattante è anche il partner sentimentale. Tipicamente, in un rapporto maltrattante, si alternano opposte modalità: alla violenza segue una modalità riparativa, fatta di seduzione, rassicurazione, manipolazione che da un lato intrappola la vittima nell’illusione di una felicità possibile, dall’altro la rende sempre più insicura rispetto alle proprie percezioni. Questo ribaltamento delle percezioni porta la donna a non ritenere necessario proteggersi, e anzi a colpevolizzarsi per il proprio comportamento, ritenendolo la causa della reazione violenta dell’altro.
Un altro meccanismo che altera la percezione del pericolo è di tipo fisiologico. Le esperienze di violenza che le donne hanno subito all’interno di una relazione intima hanno sempre almeno una implicazione: l’elevata attivazione fisiologica (arousal) in risposta alla ripetuta esposizione alla violenza fisica, sessuale e verbale. Ogni organismo che deve fronteggiare un pericolo o una minaccia, mette in atto una risposta d’emergenza (tra le altre cose: attivazione del sistema nervoso simpatico, rilascio di adrenalina e messa in tensione dei muscoli scheletrici). Questa esperienza viene comunemente definita “paura” ed è funzionale ad un comportamento di fuga o di difesa. Le donne che subiscono maltrattamenti familiari presentano questo tipo di risposta in modo continuo e ripetitivo a causa di una minaccia reale sempre presente e sempre pronta a scattare al minimo pretesto. È quindi come se l’attivazione fisica non cessasse mai, in uno stato d’allerta che è costante e che può essere alleggerito solo al prezzo di minimizzare o negare la violenza, meccanismi messi in atto dalle donne non solo in conseguenza del lavaggio del cervello del maltrattante: si tratta infatti di meccanismi di resistenza e adattamento al contesto violento che permettono alle donne di sopravvivere in una situazione in cui altrimenti il loro corpo andrebbe incontro ad un rapido esaurimento delle forze. Vivere in uno stato d’allerta incessante, con metabolismo innalzato e tensioni neuromuscolari sempre elevate, comporta un innalzato rischio di disturbi psicosomatici, ansia generalizzata, insonnia, conseguenze che comunque a lungo termine si verificano, ma che a breve termine possono essere alleviate appunto sdrammatizzando, riducendo il rischio percepito, normalizzando l’accaduto.
La percezione del rischio della vittima di violenza domestica cambia continuamente: è elevata subito dopo una aggressione violenta e si riabbassa successivamente per le dinamiche descritte. Anche qualora la donna venga messa in protezione in una casa rifugio, presupponendo quindi una emersione del problema della violenza e una attivazione della risposta istituzionale, è comunque possibile che possano verificarsi ritrattazioni oppure violazioni delle regole di sicurezza della casa rifugio, percepite come esagerate. In quest’ultimo caso, le figure a cui la donna ha chiesto aiuto (assistenti sociali, magistrati, Forze dell’Ordine, ecc.) possono arrivare a mettere in dubbio la sua credibilità, con effetti negativi anche sull’iter giudiziario.
In sintesi, fattori culturali inibiscono la capacità di discriminare comportamenti violenti, etichettandoli come amore e attaccamento e facilitando l’investimento affettivo in una relazione pericolosa; permanere per un certo tempo all’interno di un rapporto abusante, poi, riduce ulteriormente la discriminazione della violenza, fino a rappresentare come “normali” comportamenti che vanno dalla semplice mancanza di rispetto alla vera e propria minaccia per la vita.

Ricostruire la capacità di auto-proteggersi

Capire la risposta al maltrattamento, all’abuso e al controllo ci mette in grado di comprendere il trauma psicologico e il comportamento della donna finché è prigioniera della spirale violenza, che è illogico solo se decontestualizzato, in realtà adattivo nel contesto violento. Per questo motivo è necessario, prima di qualunque intervento psicoterapeutico finalizzato a superare il trauma dell’abuso e al re-empowerment, mettere la vittima in sicurezza e darle un tempo per abbandonare quelle modalità funzionali nel contesto violento, ma disfunzionali al di fuori.
In questa fase del percorso di uscita dalla violenza, alcune metodologie utili possono essere di tipo comportamentista.

Prevenire una aggressione
Ad un Centro anti-violenza può arrivare la richiesta di aiuto di una donna che, per ostacoli vari, non è in condizione di allontanarsi immediatamente dalla propria abitazione o dal proprio partner (non saprebbe dove andare, non ha un lavoro, ha paura di venire uccisa, prima di fuggire vuole attendere che un figlio termini l’anno scolastico, ha in casa un anziano da accudire, ecc.).
In questi casi, è possibile comunque educarla alla sicurezza, aiutandola a riconoscere gli antecedenti delle esplosioni violente e a mettere in atto le strategie che le danno una maggiore probabilità di sottrarsi alla violenza prima che prorompa in modo incontrollabile. La tecnica comportamentista per eccellenza è l’Analisi funzionale: attraverso la ricostruzione dei vari episodi di violenza, la psicologa individua gli antecedenti e le contingenze di rinforzo del comportamento violento.
La donna viene preparata a riconoscere i segnali d’allarme ed addestrata a mettere in atto la cosiddetta tecnica del “time-out”, sottraendosi alla situazione pericolosa prima che la rabbia di lui esploda. La strategia abitualmente utilizzata dalle donne è quella invece di rimanere, obbedire, assecondare, avvicinarsi a lui per ragionare, provare a calmarlo, strategia che a volte le ha effettivamente permesso di rabbonirlo, ma altre volte no. Tale strategia, che può talvolta essere funzionale a breve termine, è comunque sempre disfunzionale a lungo termine, perché fornisce un rinforzo al comportamento violento e dà alla donna una erronea convinzione di controllo sul comportamento di lui. Il time-out, invece, permette di sospendere l’erogazione del rinforzo al comportamento violento e di aumentare la probabilità di bloccare l’escalation al primo segnale premonitore, quando la situazione non è ancora fuori controllo.

Auto-proteggersi durante una aggressione
Quando invece la situazione finisce fuori controllo, la donna è completamente nelle mani del proprio maltrattante. L’aggressione cesserà sempre e solo quando lui lo decide ed indipendentemente dal comportamento di lei. Anche in questo caso, tuttavia, chi si rivolge al Centro anti-violenza può essere addestrata a fare le cose giuste nel panico, auto-proteggersi e proteggere i figli nel limite del possibile e mettere in atto un piano di fuga già esplorato e rappresentato più volte attraverso tecniche di reharsal o simulazioni. Avere una borsa già pronta, i documenti importanti, del denaro messo da parte, numeri di telefono di riferimenti importanti nell’emergenza memorizzati nel cellulare, i figli addestrati a chiamare la polizia piuttosto che cercare di mettersi in mezzo per proteggere la propria madre, chiamare le Forze dell’ordine e fare una sintesi della situazione in modo efficace, sono accorgimenti che possono modificare anche di molto l’esito di una aggressione.

Auto-proteggersi nel post-emergenza
Vi è infine la situazione delle donne che arrivano a prendere una decisione di andarsene e lasciare il partner violento, ad esempio attraverso un passaggio in casa rifugio, ma non necessariamente. Le professioniste che offrono il loro sostegno in questa fase non devono stupirsi se osservano un graduale calo dello stato d’allarme e una successiva sdrammatizzazione delle violenze avvenute. La tentazione a normalizzare l’esperienza di abuso, come già evidenziato, rappresenta più la regola che l’eccezione e saremmo tratte in inganno se pensassimo alla donna come una bugiarda manipolatrice oppure come una sciocca sprovveduta: sta solo mettendo in atto le strategie di difesa che le hanno permesso di sopravvivere nel contesto violento, ha bisogno di un tempo per recuperare fiducia nelle proprie percezioni ed un contatto con la realtà che la violenza necessariamente capovolge.
Le donne possono essere aiutate a discriminare i segnali fisiologici della paura ed educate a non ignorarli, a riconoscere le forme della violenza (compresa la violenza psicologica, sessuale, economica) e le strategie del controllo, a centrarsi su di sé e i propri bisogni, a conoscere i propri diritti affermativi, a ripristinare una visione assertiva di se stessa, come persona che ha il diritto di vivere in sicurezza, libera dalla paura, all’interno di relazioni basate sul rispetto.

La sicurezza in una psicoterapia

La questione della sicurezza non è un aspetto delicato da affrontare solo in un centro anti-violenza o in una casa rifugio. Anche gli psicologi e le psicologhe che svolgono la libera professione oppure che lavorano nei servizi pubblici, a volte si trovano ad averci a che fare. Può accadere ad esempio ad uno psicoterapeuta a cui una donna si rivolge per un disturbo d’ansia, oppure un terapeuta familiare a cui due coniugi chiedono una terapia di coppia, oppure in un Consultorio a cui una donna si rivolge per una interruzione di gravidanza, ecc. – e dall’assessment emerge una problematica di violenza.
Nel trattare casi di violenza domestica, storicamente, si sono fronteggiate due posizioni avverse l’una all’altra: da un lato i fautori delle terapie familiari (principalmente sistemiche, ma non solo), dall’altro l’approccio psicoterapeutico di stampo femminista.
La prima inquadra il problema in termini di schema comunicativo disfunzionale e di escalation alla quale contribuiscono entrambi i partner, attraverso una crescente provocazione reciproca. La terapia proposta è solitamente di coppia.
L’approccio femminista, invece, tende ad attribuire l’intera responsabilità della violenza al suo autore e considera un percorso di coppia controproducente o addirittura pericoloso. Il classico paradigma “di genere” tratta la violenza nelle relazioni intime separando i partner e assegnando la donna vittima delle violenze ad un programma di sostegno ed elaborazione del trauma, mentre l’uomo violento ad un programma spesso di tipo psicoeducativo basato su strategie di gestione della rabbia e assunzione di responsabilità per la violenza.
Le ricerche più recenti sembrano colmare questa apparentemente insanabile divergenza, cercando di distinguere pattern diversi di violenza. In particolare possono essere distinte tre diverse modalità:
1. Controllo coercitivo – coppia caratterizzata da violenza unidirezionale, controllo di un partner sull’altro, intimidazione, paura della donna che di fatto non ha voce, è soggiogata.
2. Violenza situazionale – è spesso reciproca e determinata da una povertà di entrambi i partner rispetto ad abilità di auto-controllo e di regolazione della rabbia, e difficilmente sfocia in danni fisici seri.
3. Violenza e controllo reciproci – entrambi i partner sono controllanti e violenti l’uno verso l’altra.
L’ultima fattispecie è piuttosto rara e la letteratura non offre spunti per il trattamento.
Un percorso di coppia può invece essere pensato per la violenza cosiddetta situazionale, in cui si suppone che la violenza sia l’esito di una provocazione reciproca, e una terapia di coppia può aiutare entrambi a comprendere quali sono i trigger dei propri comportamenti, assumersene la responsabilità e abbandonare le modalità comunicative aggressive. In questo caso però, vi devono essere dei pre-requisiti per procedere con la terapia: entrambi devono essere impegnati nella terapia, motivati al cambiamento e pronti ad assumersi la propria parte di responsabilità. Inoltre anche quando la violenza è biunivoca, l’uomo deve riconoscere la sua maggiore forza e capacità in termini di minaccia e danno potenziale verso la donna.
Nel caso del controllo coercitivo – laddove non vi sia semplicemente una difficoltà comunicativa o di negoziazione tra i due partner, ma una condizione di intimidazione, di dominio e di vero e proprio abuso di uno sull’altra – sono consigliati percorsi individuali per vittima e carnefice. L’idea di fondo di questa scelta sta nell’assunto che la coppia non vada seguita insieme per ragioni innanzi tutto di sicurezza (la vittima andrebbe incontro a ritorsioni anche gravi se provasse a parlare col terapeuta della gravità della violenza o a far valere le proprie istanze), ma anche perché fondamentalmente maltrattante e vittima hanno questioni diverse su cui lavorare.
L’assessment che lo psicoterapeuta fa è cruciale: la sua valutazione iniziale deve poter rilevare la gravità della violenza e i fattori di rischio e letalità per la vittima. Se ad esempio rileva che vi sono stati ricorsi al pronto soccorso o ricoveri ospedalieri a causa della violenza, questa è una informazione che dovrebbe completamente orientare le scelte terapeutiche andando verso una attenzione prioritaria per la sicurezza della paziente che subisce gli abusi.

Conclusioni

Le psicologhe e gli psicologi che accolgono la richiesta d’aiuto di una donna vittima di violenza possono fare molto, usando le proprie competenze anche nell’ambito della tutela della sicurezza. Il loro ruolo può essere cruciale sia nell’emergenza, sia nel post-emergenza, attraverso un empowerment mirato al rafforzamento della capacità di auto-tutela.
Una scelta di sicurezza è auspicabile anche in sede di psicoterapia, semplicemente non procedendo con una terapia di coppia quando si rileva una minaccia seria per l’incolumità fisica di una dei due o quando una dei due appare visibilmente intimorita ad esprimersi in presenza dell’altro.

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