Ogni relazione di potere, potenzialmente, può implicare una qualche forma di abuso da parte di chi è nella posizione dominante. Il rapporto psicoterapeutico non fa eccezione. Per sua natura è un rapporto basato sulla fiducia. E’ asimmetrico e non paritario: uno dei due si affida all’altro per affrontare e risolvere un problema di natura personale. Le confidenze anche molto intime sono unidirezionali (il terapeuta non entra nei dettagli della propria vita) e si suppone vengano trattate dal professionista con competenza e rispetto.

Uno dei modi in cui il rapporto può uscire da determinati confini di correttezza e non rispondere più alle regole del codice deontologico, è quando prende le sembianze di una relazione sessuale tra terapeuta e paziente.

I codici deontologici delle professioni sanitarie vietano sempre i comportamenti sessuali con i pazienti, fin dal giuramento di Ippocrate. Così recita l’art. 28 del Codice deontologico degli psicologi italiani:

“[…] Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale. […]”

Nessuno psicoterapeuta serio e preparato chiederebbe mai un contatto fisico di natura sessuale (toccamenti, baci, abbracci sensuali) e nemmeno frequentazioni al di fuori delle sedute (appuntamenti galanti, telefonate intime, ecc.). Tuttavia sappiamo che talvolta questo può accadere, con gravi conseguenze per la salute psicologica dei pazienti.

Negli anni ’90 iniziarono studi negli Stati Uniti volti a evidenziare il fenomeno e venne appurato che il 10% dei professionisti interessati dalla ricerca avevano avuto un qualche tipo di coinvolgimento sessuale con pazienti. Perlopiù si trattava di psicoterapeuti uomini con pazienti donne. Non sorprende, perché come già detto, qualunque tipo di rapporto di potere può avere al proprio interno questo tipo di deviazione, in quanto con grande facilità chi è nella posizione di forza grazie alla sua autorevolezza e presunta competenza può approfittare del proprio status per influenzare pensieri e comportamenti e ottenere in modo illegittimo favori sessuali senza nemmeno l’uso della forza fisica.

La relazione psicoterapeutica può in questi casi sfociare in una vera e propria condizione di dipendenza, in cui la paziente è succube del proprio terapeuta, il quale può utilizzare in modo manipolatorio le tecniche di cui dispone per soggiogare, fino alla commissione di veri e propri reati di abuso. Può motivare determinate richieste illegittime presentandole come il risultato di ricerche scientifiche o delle più recenti teorie, oppure come una disinibizione liberatoria, una forma di rilassamento, un lasciarsi andare benefico, un modo per sperimentare relazioni mature come la paziente non ha potuto sperimentare nella sua vita, ecc.

La paziente vittima di questi abusi può sentirsi confusa, in conflitto tra il desiderio di risolvere i propri problemi affidandosi ciecamente al professionista e le proprie sensazioni di disagio, di disgusto o di violazione che avverte.

Questo tipo di interazione non è etico, è illegale, passibile di denuncia penale e motivo di radiazione dall’albo professionale.

Si traduce sempre in un danno economico perché la paziente si trova a dover pagare delle sedute dove non si affrontano i problemi per i quali si è rivolta al professionista, ma soprattutto in pesanti danni psicologici, risultato delle manipolazioni psicologiche e degli abusi sessuali. Come tutti i carnefici, anche il professionista che fuoriesce dai confini del rapporto terapeutico anteponendo i propri desideri sessuali agli obiettivi della psicoterapia, fa ampio ricorso all’inganno, all’insinuazione di sensi di colpa, facendo crescere quel senso di inadeguatezza e di vergogna che gli garantisce il silenzio della sua vittima. In questo modo, qualunque sia la problematica psicologica per la quale la paziente ha deciso di intraprendere un percorso personale, questa non può che peggiorare a fronte di un indebolimento dell’autostima e del senso di controllo sulla propria vita. Inoltre, anche una volta fuori da questa trappola, la vittima potrebbe non riuscire più a risollevarsi e non trovare il coraggio di intraprendere un’altra terapia che l’aiuterebbe, avendo perso fiducia nella psicoterapia in quanto tale.

Intraprendere la psicoterapia giusta scaturisce dall’attenzione e dalla consapevolezza dei propri diritti che un paziente ha nel momento della scelta. Ogni paziente ha il diritto di sentirsi a proprio agio e non vedere violati i propri confini da parte di chi è tenuto all’estrema correttezza proprio in ragione della posizione di vantaggio e di autorevolezza che ricopre.

 

Se si desidera segnalare al competente Ordine professionale una violazione del codice deontologico da parte di uno psicologo o psicoterapeuta della Regione Marche, basta compilare il form messo a disposizione dall’Ordine. Gli altri Ordini regionali hanno probabilmente modalità simili di segnalazione, basta fare una ricerca nel web. Naturalmente è possibile denunciare queste forme di abuso anche all’Autorità giudiziaria.

 

Bibliografia:

Singer M.T., Lalich J. (1998) – Psicoterapie “folli”. Conoscerle e difendersi. Ed. Erickson

Codice deontologico degli psicologi italiani

 

 

Approfondisci vari aspetti della violenza all’interno dei rapporti di potere e gli obiettivi che ci si può porre all’interno di un percorso di uscita dalla violenza.

 

Se ci si ritrova nelle problematiche illustrate in questo articolo, è possibile richiedere un consulto alla dott.ssa Elena Grilli, psicologa psicoterapeuta ad Ancona e Chiaravalle.