La strage di ragazzi che si è consumata la notte del 7 dicembre a Corinaldo, è una tragedia capace di sconvolgere la vita delle persone direttamente interessate in primis, e di rimbalzo anche quella dell’intera comunità.

Sperando di essere d’aiuto alle famiglie che ne sono state toccate in modo più o meno diretto, vorrei portare la riflessione su alcuni aspetti che sul piano psicologico meritano attenzione e cura. Se non parlo alle famiglie dei ragazzi che non ce l’hanno fatta, è per la consapevolezza che un articolo di blog non può dare risposte o consolazione in questi casi. Questo articolo è molto breve per un argomento complesso e per forza di cose è necessario semplificare molto. Mi sono sentita di scriverlo a partire da domande e dubbi che mi sono stati rivolti nello sportello d’ascolto del Comune di Senigallia messo a disposizione delle vittime e dei loro familiari e in cui ho prestato servizio nei giorni successivi al dramma della Lanterna azzurra.

 

IL PRIMO CONSIGLIO: DISCONNETTERSI TEMPORANEAMENTE DAI SOCIAL E IGNORARE I MEDIA

Cari genitori dei ragazzi e ragazze che quella notte erano alla Lanterna azzurra, cercate, se potete, di non farvi confondere dai discorsi saccenti e vuoti che negli ultimi giorni si sono scatenati nei social e nei media, perché i vostri figli hanno bisogno di voi e della vostra lucidità. Disconnettetevi e salvaguardatevi.

Una delle reazioni più disfunzionali di una comunità dopo una tragedia è la veloce e irriflessiva ricerca di un capro espiatorio, qualcuno da incolpare additandolo e mettendolo alla gogna nei media, nei social, nei discorsi vari. Questo accade per un motivo preciso, che non ha a che fare con la cattiveria: tutti – ma proprio tutti – abbiamo paura di una casualità cieca che in qualunque momento ci può colpire in modo indiscriminato. Accusare i giovani che non hanno più i valori di una volta, piuttosto che genitori incapaci, piuttosto che cantanti con un linguaggio criticabile, ha l’unica funzione di tranquillizzare noi stessi rispetto alla possibilità che la stessa disgrazia possa capitare a noi o ai nostri cari. Si tratta di un meccanismo di difesa per cui la paura della morte viene gestita attraverso un illusorio quanto fragile senso di controllo sugli eventi: “A chi si comporta bene, non capitano queste cose. Io mi comporto bene, quindi…”

L’intera comunità va alla ricerca di un proprio modo di “sopravvivere” emotivamente a quanto accaduto. Le voci si moltiplicano, ognuno deve dire la sua, ci si arrabbia puntando il dito sui presunti responsabili. E si finisce, paradossalmente, per accanirsi sulle vittime, colpevoli di “essersela cercata”. Ora, è del tutto ovvio che delle responsabilità ci sono e andranno giustamente accertate, ma da chi ha il ruolo di farlo. Per il resto sono solo discorsi che nella migliore delle ipotesi sono vuoti, nebulosi, fuorvianti; nella peggiore delle ipotesi sono dannosi, tossici e di ostacolo alla guarigione dei vostri figli, oltre che vostra.

Non date peso ai giudizi sulle vostre scelte come educatori. Meglio: evitate proprio di entrare in contatto con certi discorsi. Liquidate velocemente chi sottolinea quanto fosse inopportuno lasciare partecipare i propri figli a quello spettacolo. Il problema quella notte non è stato un problema educativo, ma di gestione della sicurezza. Se fosse cosa buona o meno assecondare un figlio nella richiesta di partecipare a quella serata, con quel cantante, che canta quelle canzoni, con quei testi, a quell’orario di notte, è una domanda che non ci si deve fare ora. Cercate di avere le spalle alleggerite dai sensi di colpa, la mente libera, perché in questo momento ci dovete essere per i vostri figli, che hanno bisogno di voi anche se a parole vi dicono il contrario.

 

IL SECONDO CONSIGLIO: EVITARE DI DRAMMATIZZARE LA NORMALE REAZIONE AL TRAUMA

Per “normale reazione al trauma” si intende una o più delle seguenti difficoltà:

  • Isolamento, ritiro dalle normali attività, compresa la difficoltà di andare a scuola;
  • Stanchezza, poca energia nell’affrontare gli impegni quotidiani;
  • Ansia, agitazione, tendenza all’evitamento di situazioni particolari;
  • Immagini intrusive dell’evento traumatico;
  • Pianto;
  • Problemi di sonno, incubi;
  • Problemi alimentari;
  • Irritabilità e reazioni aggressive;
  • Difficoltà di concentrazione;
  • Mal di testa, di stomaco o altri problemi fisici che prima non c’erano;
  • Euforia eccessiva e inappropriata.

Queste reazioni, nel periodo a ridosso degli eventi, sono del tutto fisiologiche, vanno sicuramente monitorate con attenzione, ma senza aggiungere ansia all’ansia. La maggior parte di esse andranno incontro a remissione spontanea nelle settimane successive. Se questo non dovesse accadere e se i sintomi dovessero protrarsi per lungo tempo (ad es. per mesi) allora si è sempre in tempo per intervenire attraverso un aiuto di tipo professionale. In ogni caso, il ricordo dell’evento rimarrà e anche le emozioni di tristezza e dolore ad esso associato, ma nessuno dei sintomi sopra esposti è irreversibile e sviluppare una psicopatologia non è inevitabile. Quindi: sangue freddo, di fronte alle normali manifestazioni di malessere di chi ha visto morire un amico o ha temuto per la propria vita. Reagire drammatizzando, può portare il contesto familiare ad agire in modo scomposto e allarmato – invece di dare serenità e rassicurazione – paradossalmente peggiorando il quadro invece di alleviarlo.

Nelle primissime settimane è importante abbassare le aspettative e le richieste su un figlio, tollerare un pochino di irritabilità, abbassare le pretese scolastiche, soprattutto non pretendere che il ragazzo o la ragazza torni subito a stare bene come se non fosse successo niente. Rientrare nella normale routine quotidiana consente di gradualmente ricostruirsi un senso di controllo sulla propria vita e normalizzarla, ma bisogna anche accettare che è necessario un tempo per arrivare a questo. La pretesa assoluta che tutto torni come prima il più velocemente possibile rischia di far sentire un figlio non capito, inasprire le sue reazioni di rabbia o chiudersi ancora di più in se stesso, anche compiacendo un genitore mostrando una facciata da “tutto va bene”.

La “ricetta magica” non esiste e ognuno si confronta con un figlio diverso, con esigenze diverse, un suo vissuto e modalità proprie di affrontare le avversità. Ogni famiglia ha le risorse per fronteggiare le conseguenze di questo evento, basta tenere a mente le cose da evitare.

Evitare di passare un messaggio di fragilità – Dopo un evento traumatico, è possibile che venga profondamente intaccata e modificata la rappresentazione che una persona ha di se stessa, del mondo, della vita e del proprio futuro. È inevitabile, in questi casi, fare l’esperienza di vulnerabilità. Ma se di fronte a un pianto improvviso o un ripiegamento su se stesso, si passa alla persona che sta soffrendo il messaggio più o meno esplicito e preoccupato: “sei sensibile”, “sei troppo emotivo”, “sei fragile”, viene trasferita un’idea di vulnerabilità personale che il ragazzo o la ragazza potrebbe finire per fare proprio. Ma se io sono fragile o più sensibile degli altri, devo stare più attento degli altri e proverò ansia nell’affrontare altre sfide di vita rispetto alle quali mi sentirò inadeguato, inadatto, indifeso. Questa è l’anticamera di un disturbo d’ansia.

È molto più tutelante invece passare il messaggio che tutto il dolore, l’ansia, la confusione mentale, la sensazione di crollare sono normali e fisiologiche reazioni allo stress, a cui le persone reagiscono in modi diversi. Alcuni piangono, altri si tengono il dolore dentro, alcuni mostrano i propri stati d’animo, altri innalzano un muro, alcuni sfogano una grande rabbia, altri si paralizzano. Nessuno è più “forte” o più “fragile”. Tutti ci stanno male, ed è normale che sia così. E comunque è temporaneo.

Parallelamente, è bene trasmettere il senso di fiducia in se stessi e nella propria capacità di recupero. Il miglior antidoto contro i disturbi d’ansia è la profonda convinzione che, di fronte a questa difficoltà e alle difficoltà future, per quanto potremo starci male, sapremo tenere botta, mettendo a frutto le nostre capacità e risorse personali per venirne fuori.

 

IL TERZO CONSIGLIO: GARANTIRE AI RAGAZZI E RAGAZZE UNO SPAZIO PER PARLARE DELL’ACCADUTO E DI COME SI SENTONO

Potrebbe non essere sempre facile aprire un dialogo su quanto accaduto. Gli ostacoli potrebbero essere:

  • Il ragazzo o la ragazza prova ansia a dare voce alla sua esperienza, perché è un riportare alla mente le scene terribili a cui ha assistito. Quindi, come c’è da aspettarsi, tenderà a evitare certi discorsi;
  • I genitori potrebbero ritenere che più se ne parla, più il trauma resta in mente e quindi sarà difficile da “dimenticare”, per cui essi stessi evitano di parlarne;
  • I genitori potrebbero capire che è importante far parlare il figlio, ma sono spaventati da quello che ha da dire (capiamoci, quale genitore sarebbe a suo agio di fronte a questo?) e quest’ultimo potrebbe non voler pesare sulle persone che gli stanno intorno, non preoccuparle, fingendo che va tutto bene;
  • I genitori comprendono la necessità per il figlio di parlare e lo assillano di domande, come in un interrogatorio, ottenendo solo che si chiuda sempre di più.

Naturalmente, l’idea “meno se ne parla e prima se ne viene fuori”, è sbagliata. Al contrario raccontare, ri-raccontare più volte, dare voce alle proprie emozioni e trovare un contesto che accoglie senza giudizi e senza spaventarsi a propria volta, è la strada più dura ma anche più sicura per superare un trauma. Per i genitori e gli altri adulti di riferimento, la sfida è quella di riuscire a stare in presenza del dolore senza censurarlo (ad es, non dire: “Dài, non fare così”), senza cambiare discorso (ad es. non dire: “Non ci pensare, andiamo a fare shopping”), senza negare il problema (ad es. non dire: “Uno in gamba come te non può starci male”). Se non si trovano le parole, meglio restare in silenzio. La presenza anche silenziosa ma emotivamente partecipe è più di aiuto di quanto si creda. E non fa danni.

Senza forzare la discussione con domande insistenti, è utile attendere con pazienza che i ragazzi e le ragazze trovino il modo di aprirsi, seguire i discorsi che fanno, lasciando loro la possibilità di parlare delle proprie paure. E poi, offrire comprensione (ad es. “Capisco che ti sei spaventato. Mi sarei spaventato anch’io”, “È normale che ti senti confuso, è difficile credere a quello che è accaduto”, “Capisco che non ne vuoi parlare, anche se si vede che ci stai male. Quando ti senti di avere bisogno di sfogarti un po’, ci sarò”.) Può aiutare il creare occasioni di unione familiare, attività da fare insieme, più del solito, per aumentare la probabilità di comunicare.

Tenere a mente che non si comunica solo a parole. Il disagio si esprime anche attraverso comportamenti apparentemente strani o sbagliati. Ad esempio è facile che dietro un comportamento aggressivo possa esserci la paura di non essere più al sicuro o di perdere tutto. L’emozione espressa in modo più o meno esplicito va sempre riconosciuta e legittimata. Un genitore può semplicemente rispecchiarla, darle un nome.

Evitare di spaventare di più – Anche gli adulti potrebbero sentire il bisogno di essere a loro volta rassicurati che il proprio figlio non corra più un pericolo del genere. Si potrebbe essere tentati di pensare che spaventandolo per bene sui pericoli del mondo, riusciremo a tenerlo al sicuro. Potrebbero venir fuori affermazioni del tipo: “Hai visto che ti è successo? Così impari a darmi retta!” Insomma, potrebbe sembrare cosa buona usare quanto accaduto per rimetterlo “in riga”. Se è già una sfida educativa non da poco vedere i figli prendere la via di una crescente autonomia, accettare che una quota di rischio faccia parte della loro vita e che loro saranno nel mondo là fuori a cavarsela da soli, dopo la Lanterna azzurra, sarà ancora più difficile!

L’obiettivo è riuscire a parlare dell’accaduto senza far loro perdere fiducia nella vita e in quello che di buono riserva e riuscire a concedere la giusta autonomia senza trasmettere un’idea di un pericolo immane sempre presente e sempre in agguato. È necessario invece rassicurare, spiegare che anche se è accaduto, la probabilità che possa accadere di nuovo un evento simile tutto sommato è bassa e non c’è motivo di restare perennemente spaventati e allerta.

Evitare di moralizzare – La vita ha i suoi rischi. C’è sicuramente una parte di rischio controllabile attraverso comportamenti responsabili e scelte ragionevoli, e poi c’è la parte non controllabile, semplicemente dettata dal caso e connessa con l’essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Noi esseri umani abbiamo una paura terribile ad accettare il fatto che la nostra vita è precaria, è soggetta a rischi che non possono mai essere completamente azzerati e abbiamo un potere limitato nel porre sotto controllo i pericoli che ci circondano. Subdola è l’esigenza di cui si diceva, di auto-illudersi di avere un potere sugli eventi convincendoci che possiamo rendere il fato magnanimo con noi, semplicemente “facendo i bravi”. È una trappola, perché, oltre a essere un assunto falso, rischiamo di finire schiacciati da inutili sensi di colpa per gli eventi negativi, compresi quelli che a rigor di logica non sono per nulla conseguenza delle nostre scelte. Quando ci accade qualcosa di negativo, non ci domandiamo forse “perché proprio a me?”, “cos’ho fatto per meritarmi questo?”, come se il bene e il male che ci capita dovesse dipendere dalle nostre buone o cattive azioni.

Se si biasima la vittima per la tragedia che l’ha colpita (“te lo sei meritato”, “è questo quello che accade a chi ha perso i valori di una volta”, ecc.) non si fa altro che ostacolare il suo processo di recupero, lo si fa sentire inutilmente in colpa, meritevole del male ricevuto, si mina la sua autostima, cioè il bagaglio che dovrebbe permettergli di rimettersi in piedi e riprendere a camminare con le proprie gambe. Se un genitore è tentato di prendere questa strada, è per un intento protettivo, è chiaro, ma attenzione: trattandosi di adolescenti, questo messaggio potrebbe essere davvero deleterio.

Si deve fare i conti con la propria impotenza e le paure che ne scaturiscono? Bene. Molto meglio allora ricostruire il proprio senso di controllo coinvolgendosi in iniziative ed azioni di utilità sociale: volontariato, iniziative di sensibilizzazione a scuola, raccolta fondi per associazioni, andare a fare visita a chi rischia l’isolamento, ecc. In questo modo, oltre a rinforzare i legami all’interno di una comunità provata, si accresce la sensazione di avere un potere personale sul corso degli eventi, per quanto possibile e al di fuori di inutili auto-inganni. I genitori possono farlo e incoraggiare i propri ragazzi a farlo.

 

L’ULTIMO CONSIGLIO: ESSERE BENEVOLI VERSO SE STESSI COME GENITORI

Alcuni di voi genitori si stanno ripetendo senza sosta “ho sbagliato tutto”. Ve l’ho sentito dire spesso, in questi giorni. Il fatto stesso che un figlio ha rischiato la vita per una cosa che voi gli avete permesso di fare, basta a farvi sentire sbagliati e in colpa.

Fate un respiro, ritornate nel qui-e-ora, abbandonando l’elenco mentale di tutti gli errori educativi che pensate di aver fatto negli anni, e ripetete a voi stessi che siete gli unici genitori che vostro figlio avrà mai. Nessuno vi potrà mai sostituire. Vostro figlio ha voi e deve poter contare su di voi. Avete sempre fatto scelte pensando al meglio per lui/lei e così continuerete a fare. Siete genitori sufficientemente buoni.

Se proprio avete dubbi sulla vostra capacità di gestire la situazione in un momento difficile potete ricorrere al supporto di un professionista, ma ancora una volta questo non fa di voi degli incapaci.

Quanto sopra illustrato riguardo alle reazioni al trauma, potrebbe essere esteso anche a voi: potreste sperimentare ansia, agitazione, problemi di sonno, stanchezza e demotivazione, ecc. Vale per voi quanto detto per i vostri figli: sono reazioni normali che andranno scemando nel tempo. Prendetevi cura di voi stessi, invece di continuare a biasimarvi, ritagliatevi spazi di parola, per parlare dell’accaduto e di come vi sentite, con altri familiari o amici che sapete capaci di un ascolto non giudicante. Rientrate in una routine senza fretta, rispettando i vostri tempi. Ascoltatevi senza giudicarvi.

Non permettete a questo evento di demolire la fiducia in voi stessi, nelle risorse della vostra famiglia e dei vostri figli. Percorrete la strada, insieme a loro, che porta a riprendersi in mano la propria vita.