Per la serie “spiegazioni controproducenti”: L’IDEA DI UN CARATTERE INNATO.

Quando si affronta un percorso di psicoterapia, come è giusto che sia, la persona che cerca aiuto per le proprie difficoltà ha già elaborato tra sé e sé delle spiegazioni circa la natura e le cause del proprio problema. Avrà anche già tentato delle strategie per risolverlo, senza riuscire o riuscendo solo in parte, il che giustifica la richiesta d’aiuto professionale. Gli esseri umani hanno questa qualità: osservano se stessi e il proprio comportamento e ne traggono delle conclusioni. La natura di queste ultime può essere funzionale o disfunzionale, a seconda che permetta di risolvere il problema o meno. Vi sono una serie di luoghi comuni e di pensieri ricorrenti che spesso sono di ostacolo a chi sta cercando di apportare un cambiamento in positivo alla propria vita. In questo articolo analizziamo il primo: l’idea di essere portatori di un “carattere” particolare.

La storia della psicologia ha contribuito a questa rappresentazione, approfondendo nel tempo concetti quali: “temperamento”, “costituzione”, “carattere”, “tipo psicologico” e infine “personalità”. Abbiamo la percezione di essere un complesso unitario, un tutt’uno con caratteristiche peculiari, che in qualche modo determina il nostro modo di agire e di reagire. Osserviamo il nostro comportamento e abbiamo la sensazione che ci siano delle costanti, delle modalità tipiche che ci definiscono.

Il concetto di “carattere” è uno dei più potenti ostacoli ad un percorso di psicoterapia che io abbia mai incontrato.

Esso infatti presuppone una base stabile e immodificabile, almeno in parte, che rende pessimisti circa la possibilità di un cambiamento, frena l’intraprendenza e boicotta l’impegno profuso verso gli obiettivi che ci si pone. Ogni insuccesso viene letto come la prova di una costituzionalità o peggio, di un destino immutabile. I successi, viceversa, saranno con più probabilità letti come il risultato del caso o della fortuna o della benevolenza altrui, qualcosa che si raggiunge nonostante le proprie tare.

Tutto è basato su un fraintendimento di fondo. È senz’altro vero che ognuno di noi possiede delle tipiche modalità di reagire al proprio ambiente, che tendiamo a ripetere. Nel percorso di vita sperimentiamo strategie che possono anche funzionare in determinati momenti (ad es. per ottenere amore, riconoscimento, conferme, attenzione, lodi, benefici materiali, intimità, ecc.) e ovviamente tenderemo a riproporle, attraverso un banale meccanismo di apprendimento. Tali strategie possono in seguito rivelarsi disfunzionali oppure insufficienti. L’errore sta nel ritenere che queste modalità ripetute tali e quali nel tempo siano definite da una sorta di impronta genetica o familiarità che le definisce e le perpetua. Se si è in questo pensiero, è improbabile valutare di intraprendere un percorso di crescita personale, oppure sì, ma senza crederci troppo. Si chiude il discorso dicendo a se stessi: “io sono così, punto” e arrendendosi a qualcosa che viene percepito come un muro di gomma contro il quale è inutile scagliarsi.

“Sono fatto così”, “ci sono nato”, “è più forte di me”, sono delle varianti dello stesso concetto, che porta a concludere: “Che ci posso fare? Nulla.”

La chiave sta nel rovesciare questa prospettiva, basandosi appunto sul concetto di apprendimento. Tutto ciò che è stato costruito attraverso l’esperienza, può essere in qualunque momento accantonato nel momento in cui si fanno esperienze diverse che permettono l’apprendimento di nuove abilità. Questo è possibile lungo tutto l’arco della vita. La probabilità di riuscita risiede proprio nella capacità di mettere in discussione l’esistenza di un carattere che non saremo mai in grado di demolire e mettere a fuoco invece obiettivi realistici verso cui impegnarsi con fiducia.

Il successo di una psicoterapia non dipende mai da caratteristiche intrinseche del paziente, ma dall’impegno che profonde con maggiore o minore determinazione verso un obiettivo.

La scelta di un approccio psicoterapeutico comportamentista sostiene questo tipo di logica, perché accantona le dotte elucubrazioni e le inverosimili interpretazioni, per concentrarsi sulla concretezza del cosa fare, come gestire, quale abilità si possono rinforzare, allargando la gamma delle opzioni a propria disposizione invece di chiudersi all’angolo.