Il cerchio di Banpo a Fabriano

Dal 17 ottobre al 21 novembre 2022 si è tenuto nella sede del centro antiviolenza “Artemisia” di Fabriano il laboratorio sull’autostima femminile “Il cerchio di Banpo“, ideato e gestito dalla psicoterapeuta Elena Grilli. Fedele all’idea con cui è nata l’idea di questo laboratorio, l’esperienza ha rappresentato un vero e proprio viaggio nel mondo femminile.

Descrizione dell’esperienza

Il laboratorio è consistito in cinque incontri per esplorare l’autostima e i fattori che l’alimentano (o viceversa l’ostacolano). Ci sono state esercitazioni pratiche per entrare in contatto con se stesse e rafforzare specifici aspetti dell’autostima, difendere i propri confini e diritti, esprimersi liberamente rimanendo fedeli a se stesse, dare e darsi valore.

La partecipazione è stata molto attiva, da parte di donne di Fabriano e dintorni di tutte le età. Si sono vivacemente messe in gioco portando esperienze, ricordi, emozioni toccanti, che hanno arricchito la generale conoscenza e consapevolezza del gruppo.

Le partecipanti hanno fatto emergere interessanti riflessioni a partire dalla propria vita. Una regola del gruppo infatti è che ogni vissuto è valido e merita attenzione, ascolto e rispetto. Il non giudizio è fondamentale e consente di esprimersi al proprio massimo e al proprio meglio, in un contesto accogliente in modo incondizionato.

Il laboratorio

Si tratta di un tipo di esperienza che porta la riflessione sulle determinanti personali, familiari e socio-culturali dell’appartenenza di genere che influenzano l’autostima personale. Da questa base si lavora attraverso il confronto di vissuti che permette di non sentirsi “sola” o “diversa”. Infine, si dà spazio a piccole esperienze di auto-rafforzamento.

IL CERCHIO DI BANPO è una iniziativa pensata per essere itinerante e può essere riproposta in altre sedi, su richiesta di associazioni o enti che hanno a cuore le tematiche di genere, con particolare riferimento all’impatto sul benessere femminile.

PER MAGGIORI INFO


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Quando 1+1 fa sempre 1

Quando 1+1 fa sempre 1

La violenza psicologica come modo per annullare l’alterità

Breve sintesi dell’intervento

“Quando 1+1 fa sempre 1” è illustrativo di quello che accade in una relazione sentimentale non alla pari, basata sul potere e il controllo, non necessariamente ottenuto attraverso agiti palesemente violenti sul piano fisico. Le modalità più nascoste e subdole, dobbiamo poterle riconoscere per potercene difendere. Quello che accade è che una delle due individualità prevale al punto da annullare, schiacciare, cancellare completamente l’altra.

Quello che è in gioco nella relazione è il potere assoluto. Uno dei due necessita di dominare come un sovrano assoluto. Diversamente dal violento fisicamente, però non è un sanguinario, che soffoca nel sangue la ribellione. E’ un capo che vuole la sottomissione volontaria di una partner, la sua adulazione. Vuole che la partner non possa nemmeno immaginare la sua vita senza di lui.

Ora, se si vuole la sottomissione di qualcuno, senza commettere reati, senza minacciare di morte, senza picchiare, senza usare armi o oggetti contundenti, come si può fare? Si attacca la fiducia che la persona ha in se stessa, facendola vacillare, portandola ad avere dubbi sulle proprie capacità. Portandola alla convinzione di avere bisogno di appoggiarsi a qualcuno che la sorregga, la guidi e la protegga. È così che si ottiene il potere.

Chi fa violenza psicologica?

Il senso comune ci dice che tutti e tutte siamo capaci di fare violenza psicologica. Nella coppia può avvenire ad opera di un uomo o ad opera di una donna verso il rispettivo partner. Si è visto che può avvenire con le stesse modalità anche nelle coppie omosessuali.

Ma… la violenza ha anche radici culturali, viene di più legittimata quando viene fatta da un uomo. Per questo motivo è statisticamente più frequente e più micidiale e pericolosa. Anche i giudizi negativi sono più forti su una donna quando non si confà ai ruoli di genere. La cultura ancora profondamente patriarcale ci insegna fin da appena nati che le donne sono fatte per servire gli uomini. Dunque quando un uomo fa violenza psicologica criticando il disordine in casa, la cena fredda, la camicia non stirata, viene anche legittimato dalla cultura dominante. Invertendo i ruoli, una donna può certamente agire violenza psicologica imponendo pretese varie, ma non c’è un retroterra culturale che le dia ragione.

Una delle modalità attraverso cui avviene il soggiogamento di una persona è l’isolamento, fino anche alla reclusione tra le quattro mura. Anche qui, una donna che esce da sola o con le amiche lasciando il marito a casa può andare incontro a pesanti giudizi. Dunque quando un uomo fa pesare che non dovrebbe uscire senza di lui, è legittimato in parte da un pensiero che non è solo suo, ma di una parte della società in cui viviamo. Il contrario non accade. Una donna può agire nel senso di limitare la libertà dell’altro, criticando, accusando, insinuando, ma certamente andrà incontro al biasimo generale.

In definitiva, se in una coppia è l’uomo a dettare le regole, a dominare, si dice che sta facendo l’uomo. E questo è ok. Se è una donna ad avere il comando, si dice che non è una vera donna. Non è ok. Il primo viene premiato dalla società, la seconda viene biasimata.

Il bisogno di controllo: perché?

Tutti abbiamo bisogno di controllo: ci permette di percepire la realtà in modo stabile e meno minaccioso. Se io ho fiducia di poter esercitare un certo controllo sulla realtà che mi circonda, nulla di poi così terribile mi potrà mai capitare. Non sono alla mercé del caso, del fato, di eventi avversi fuori dal mio potere. Questo è vero per tutti quanti noi. E riguarda anche le relazioni sentimentali: il bisogno di sentire che la relazione sia stabile, sicura e che la persona che ho accanto è affidabile.

Per alcuni il bisogno di controllo è esasperato, diventa bisogno di potere sull’altro. Ha a che fare con il non accettare un minimo rischio. Ad esempio, in una coppia alla pari, dove entrambi sono liberi, è necessario accettare una certa dose di rischio di essere traditi o lasciati. Se non lo si accetta, perché si dà a questi fatti un significato particolarmente negativo, terribile (sono rifiutabile, abbandonabile, sono sbagliato, le mie relazioni sono un fallimento e quindi io sono un fallimento) allora si cercherà di scongiurare il più possibile questa evenienza, esercitando controllo. In una profezia che si autoavvera, di solito proprio diventando controllanti, invadenti, pretenziosi si è più esposti al rischio di essere lasciato, ma questa consapevolezza a volte manca.

Sicuramente chi ha dei tratti di personalità narcisistici, col suo bisogno di risplendere, essere posto al centro, avere un piedistallo su cui poggiare, può attuare modalità di manipolazione o violenza psicologica. Ma non sono necessariamente i narcisisti gli autori della violenza psicologica. A volte, la persona potrebbe avere semplicemente bisogno di auto-rassicurarsi sulla stabilità del proprio legame, quindi può trattarsi di una persona con dei tratti di personalità di tipo dipendente. A volte, più raramente, ci possono essere persone con dei tratti cosiddetti sociopatici, che a livelli di maggiore gravità possono trarre piacere dall’umiliare, schiacciare, nuocere all’altro, dimostrando a volte perversione, totale indifferenza per il vissuto di sofferenza dell’altro, assenza di rimorso.

In ogni caso le strategie per sottomettere psicologicamente l’altro non cambiano di molto. In certi casi però si possono raggiungere elevati livelli di crudeltà. Spesso sono uomini per un fattore unicamente culturale: sono educati a essere dominanti, pena il non essere considerati “veri uomini”.

La violenza psicologica

La violenza psicologica è tutto ciò che, attraverso le parole o modalità comportamentali, è volto alla demolizione dell’autostima e dell’autonomia di una persona, indebolendo la fiducia in sé e la capacità di autodeterminazione.

Naturalmente, più l’autostima è debole, più è facile rendere qualcuno dipendente.
Le modalità più tipiche con cui si manifesta possono essere più facilmente riconoscibili (minacce, intimidazioni, insulti, offese, denigrazioni, squalifiche) in quanto esplicite e capaci di veicolare un senso di paura o mortificazione. Oppure più difficili da discriminare, quando la modalità prevalente è di tipo manipolatorio (sottili ricatti, manipolazioni della realtà, tattiche volte a isolare qualcuno facendogli terra bruciata intorno, oppure sottili strategie di colpevolizzazione).

L’esito che si può raggiungere è appunto l’annullamento dell’altro come persona, l’azzeramento della sua volontà e libertà di pensiero.

La manipolazione affettiva

Manipolare significa letteralmente lavorare con le mani, plasmare a proprio piacimento. Di base, un bravo manipolatore, è un bravo comunicatore: ci sa fare a ottenere il risultato desiderato, attraverso la comunicazione verbale e non verbale.

Può manipolare la realtà dei fatti, negando che qualcosa sia avvenuto, minimizzando i fatti, oppure mentendo spudoratamente. Lo scopo in questo caso è rendere l’altra insicura circa la propria percezione della realtà. Spesso la manipolazione riguarda la responsabilità personale di quanto accaduto: il manipolatore suggerisce sistematicamente una colpa: per le cose che vanno storte oppure per il suo stesso comportamento (ad esempio insistendo sul fatto che “se ho sbagliato, sei tu che mi hai portato a questo”.)

Spesso il manipolatore utilizza l’arma del vittimismo: “soffro perché tu mi fai del male col tuo comportamento”. Il vittimismo funziona molto nelle relazioni di intimità per portare l’altro a modificare il proprio comportamento in una relazione affettiva tutti e tutte saremmo tentati fortemente di fare tutto ciò che è in nostro potere per far star bene l’altro. Se passa il messaggio che il disagio è dovuto al comportamento del partner (che ferisce, offende, manca di rispetto…) quest’ultimo si sentirà tutta la responsabilità di quel malessere e sarà indotto a modificare il proprio comportamento per alleviare le sofferenze della persona amata. Se questo ha anche una base culturale in termini di pretesa sulle donne di prendersi cura, è ovviamente molto più potente.

A volte la manipolazione passa attraverso il linguaggio non verbale, attraverso gesti anche piccolissimi ma con grande potere comunicativo, ad esempio uno sguardo di disapprovazione, un gesto seccato, una smorfia di disappunto, che la partner rileva. In una relazione affettiva, in cui si cerca di compiacere un partner, si modifica il proprio agire pur di avere una risposta positiva, di approvazione.

A volte la “punizione” può essere un cambiamento di umore, un periodo più o meno lungo di mutismo, oppure una certa freddezza nel modo di fare, che trasmette all’altra biasimo, rimprovero. Se non si riesce a intuire le ragioni di questo cambiamento umorale, ci si può ritrovare a continuare a domandarsi “cos’avrò fatto di sbagliato?”. È una condotta che nel tempo trasferisce un senso di inadeguatezza generale che la persona potrebbe portarsi dentro per molto tempo, in certi casi anche dopo la fine della relazione tossica.

Se queste modalità sono stabili, ripetute sistematicamente, possono avere un grande peso nel limitare qualcuno nelle sue scelte di autonomia.

Il ciclo della violenza

Alla fine degli anni ’70 la psicologa Lenore Walker concettualizzò uno degli strumenti più utili per decodificare quello che accade in una relazione maltrattante, solo apparentemente contraddittorio e confuso per chi lo vive dal di dentro, ma in realtà rispondente a un preciso schema funzionale al rafforzamento del potere dell’abusante.
Il pattern della violenza è composto da precise fasi che si susseguono e si ripetono.

L’accumulo della tensione

La fase di accumulo della tensione è caratterizzata da un crescente scontento e un sempre più visibile fastidio, che nei casi di violenza poi diventa rabbia nel maltrattante, ma può restare semplice maretta. Parallelamente, la donna sente salire dentro di sé un timore o un dubbio di aver fatto qualcosa di sbagliato (quando c’è violenza grave ha proprio paura), che la spinge a fare qualcosa per accondiscendere, calmare, accontentare l’altro; diventa più prudente e attenta a quello che fa.

Il maltrattamento

Nella seconda fase avviene il maltrattamento. Esplode la rabbia e la violenza verbale, quella che le donne ci riferiscono essere anche la forma di violenza che porta più conseguenze per la loro salute psicologica: insulti, offese, critiche aspre, accuse. Se anche non si arriva all’aggressione, è evidente che i litigi non sono alla pari. Chi vince è sempre solo uno; chi ottiene ragione è sempre lo stesso, mentre l’altro soccombe ed è sistematicamente nell’impossibilità di portare le proprie ragioni.

La “luna di miele”

Agli episodi di maltrattamento segue sempre una fase di calma, definita “luna di miele”, caratterizzata dalla volontà di riavvicinamento dell’uomo, che mette in atto una serie di comportamenti compensatori. Ritorna la calma, lui può anche scusarsi per aver detto quelle cose che non pensa, concede qualcosa di molto gradito alla partner. Si quietano le acque. In alcuni casi lui sembra tornare esattamente l’uomo di cui ci si è innamorate, portando la donna a pensare che, se la situazione potesse durare, sarebbe la relazione perfetta, quella che la rende felice, la famiglia che ha sempre voluto avere. L’uomo ha un comportamento del tutto antitetico e contraddittorio rispetto alla precedente fase: laddove la donna veniva svalutata e colpevolizzata (“sei la mia rovina, la causa di tutti i miei problemi”), qui viene esaltata e collocata in un ruolo salvifico (“Non posso vivere senza di te, sarei perso, la mia vita sarebbe finita, solo tu mi puoi guarire”).

Un aspetto da rilevare è che anche nell’apparente pentimento, molto difficilmente il violento si assumerà l’intera responsabilità dell’accaduto. Pur dichiarando il proprio rincrescimento e mostrando contrizione, tenterà sempre di insinuare l’idea che lei non avrebbe dovuto provocarlo, sfidarlo, comportarsi in modo scorretto verso di lui.

Il ciclo della violenza è è intrinsecamente manipolatorio, perché non permette di rendersi immediatamente conto di essere in una relazione tossica: lui ha sbagliato, ma poi ha cercato di rimediare, quindi non è cattivo, no? Mi ha insultato, perché in effetti un errore l’ho commesso, però allo stesso tempo mi adora e non mi fa mancare niente. E così si finisce per permanere in una relazione in cui il maltrattamento viene occultato dai comportamenti compensatori della “luna di miele”, che è, naturalmente, strumentale ad avere il controllo, a inibire la possibilità che lei si voglia svincolare.

Nei casi più gravi, quando il manipolatore ha anche tratti antisociali, possiamo finire nel campo della tortura psicologica e del gusto a minare ogni certezza dell’altra, vederla spaventata e disorientata, vederla nel panico e andare da lui per essere rassicurata, perché lui è paradossalmente anche il punto di riferimento affettivo e la fonte di rassicurazione.

Il continuo alternarsi di maltrattamenti e affettività positiva comportano grande confusione e difficoltà per la vittima a decodificare con chiarezza il problema e le sue cause. Il più delle volte la donna sceglierà di continuare a investire nella relazione, sforzarsi di modificare il proprio comportamento fino all’autosacrificio e oltre, fino al totale annullamento di sé, nella speranza che le cose possano funzionare.

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La sala d’attesa

La sala d’attesa

La sensibilizzazione sulla violenza di genere, le sue dinamiche e le vie per affrancarsene può passare attraverso diversi canali. Uno di questi è il teatro.

Vorrei qui presentare l’esperienza teatrale particolare portata avanti da un gruppo informale di attrici non professioniste di cui faccio parte e che ha preso il nome di “A casa di Teresa“, ad indicare il luogo dove il gruppo ha iniziato a riunirsi.

L’opera che viene rappresentata è “La sala d’attesa” di Stefania De Ruvo. In una non meglio definita sala d’attesa si ritrovano 5 donne, tutte diverse ma, come scopriranno parlando, accomunate da un destino simile. Sono tutte vittime della violenza maschile. Nella dialettica, talvolta anche conflittuale tra di loro, i personaggi portano la propria esperienza di violenza, condividendola e contribuendo a illustrare un particolare aspetto della violenza.

È questa l’occasione per fornire qualche elemento in più alla comprensione della spirale della violenza, per capire il perché è una trappola dalla quale è difficilissimo fuggire e le conseguenze che ha anche sul piano psicologico, oltre che fisico.

Chiara è il personaggio che mette in scena il classico “ciclo della violenza”.

Le esplosioni violente si alternano a fasi di rappacificazione, in cui il maltrattante apparentemente riconosce e chiede scusa per il suo comportamento abusante, promettendo di cambiare.

È questa una dinamica che ritroviamo spesso nei rapporti maltrattanti e che contribuisce a costruire una gabbia le cui sbarre sono difficili da oltrepassare. La donna che ne è prigioniera si trova nella confusione: alterna momenti di paura a momenti in cui rinasce la speranza che lui abbia capito e che le cose cambieranno. Il suo sforzo è quello di sopportare, in attesa che questo cambiamento si attui; nel frattempo si impegna a mantenere una immagine di famiglia perfetta all’esterno, per vergogna, ma anche per la disperazione di chi si aggrappa a quel poco che c’è di bello nella relazione.

Maria è una donna più matura, che racconta di una vita volta a scongiurare le esplosioni violente attraverso l’obbedienza, la sottomissione, fino al totale asservimento. È questo il dramma delle donne che spendono una intera esistenza pensando che se saranno più capaci, attente, docili, dedite al proprio marito, lui sarà più calmo e non avrà motivo per rimproverare o peggio, picchiare. È il personaggio che ci fa capire quanto tutto questo sia inutile, perché il maltrattante agirà violenza comunque.

Nonostante la vittima continuamente colpevolizzi se stessa, individuando le cause della violenza in un qualche errore commesso, di fatto la violenza cesserà solo se e quando lui lo vorrà, indipendentemente dal comportamento di lei.

Il personaggio di nome Cristina rappresenta l’esperienza di abuso in famiglia. I suoi monologhi sono uno spaccato sul dramma dell’incesto e sul clima di omertà familiare che rende sole, abbandonate ad un carnefice che non si può avere la forza di contrastare, per il potere schiacciante che un padre può avere su una figlia. Cristina dà anche voce alle pesanti conseguenze psicologiche che un simile trauma può avere per tutta la vita, in termini di autostima distrutta, senso di impotenza, depressione profonda.

Lucia è la donna forte, risoluta, che reagisce immediatamente. La consapevolezza di sé e dei propri diritti la porta a lasciare il partner violento dopo il primo schiaffo. Lucia diventa vittima di atti persecutori pesanti e con conseguenze drammatiche. La sua vicenda ci fa riflettere su quanto sia ridicola la questione che a volte viene posta quando si parla di violenza domestica: “E perché non lo lascia, se non le piace come la tratta?”

Uno dei motivi principali per cui una donna non lascia un uomo violento è che sa i rischi a cui andrebbe incontro. La violenza peggiora, quando lei decide di separarsi, con conseguenze a volte anche letali.

Lucia è il personaggio che paga il prezzo della sottovalutazione del pericolo.

L’ultimo personaggio, senza nome, è la donna che instaura col proprio carnefice un legame di patologica alleanza.

In psicologia viene definito “legame traumatico”, caratterizzato da una forma di dissociazione per la quale la vittima stessa nega la violenza, se ne distanzia, non la vuole vedere.

Lo fa innanzi tutto per sopravvivere lei a una realtà tanto orribile da poterla accettare solo negandola o trovandole giustificazioni. Il legame traumatico “normalizza” l’abuso, lo rende accettabile, ma mina profondamente una obiettiva percezione della realtà. Forse, se è senza nome, è anche perché è di tutte le donne di questo dramma quella che più perde se stessa, annullandosi.

Il progetto che ruota intorno a “La sala d’attesa” ha molteplici obiettivi:

  • mettere in scena non tanto la violenza quanto la sua narrazione, attraverso le parole delle donne, ridando quindi voce a coloro che voce non hanno avuto;
  • sensibilizzare e far conoscere le dinamiche e le conseguenze della violenza, per riconoscerle, difendersene, denunciarle alle prime avvisaglie, anche quando riguardano persone a noi vicine;
  • contribuire a finanziare associazioni private che gestiscono importanti presidi: centri e sportelli antiviolenza innanzi tutto.

Il gruppo “A casa di Teresa” è a disposizione delle varie realtà territoriali a cui interessa fare sensibilizzazione attraverso questa modalità. Scopri il loro progetto.

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Protocollo Napoli

Protocollo Napoli

Consulenza psicologica nei procedimenti giudiziari per separazione e divorzio

Questo studio recepisce e attua il “Protocollo Napoli”, le linee-guida in materia di consulenza psicologica in caso di violenza, nella cornice della Convenzione di Istanbul.

Nei casi di violenza domestica e violenza assistita da parte dei bambini, gli esperti possono essere chiamati a valutare le condizioni per l’affidamento dei figli nella fase di separazione. Affinché sia garantita la tutela psicofisica non solo dei minori ma anche delle loro madri, vi sono dei principi ineludibili ai quali richiamarsi per gestire il caso non come una comune separazione, ma una situazione nella quale la sicurezza delle vittime della violenza va messa al primo posto.

Le colleghe Caterina Arcidiacono, Antonella Bozzaotra, Gabriella Ferrari Bravo, Elvira Reale ed Ester Ricciardelli definiscono i seguenti punti:

a) Valutare la presenza di violenza domestica nei confronti della madre (IPV)
b) Sollecitare gli esperti a un sempre maggiore approfondimento della specificità
c) Promuovere la distinzione tra intervento psicologico valutativo e trattamento
d) Promuovere l’ascolto del minore, partendo dal diritto alla ‘Safety First’
e) Promuovere il Dovere-Diritto alla genitorialità (Art. 30 della Costituzione)
f) Promuovere l’adesione solo ai costrutti scientifici validati da organismi internazionali
g) Promuovere modalità di affido che non alterino le abitudini di vita del minore

Valutare se nella famiglia il padre agisce violenza fisica, psicologica, sessuale sulla madre è un elemento di primaria importanza, alla luce del quale comprendere eventuali inadeguatezze sul piano della genitorialità: per il padre in termini di pericolosità; per la madre in termini di sintomatologia traumatica da non confondere con disfunzioni o fragilità personali più strutturali.

Download del protocollo

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Catastrofi e violenza di genere

Catastrofi e violenza di genere

17-19 maggio 2019: formazione ARES (Associazione Regionale di Emergenza Socio-sanitaria) “Un’ora dopo…one week later – Interventi integrati in medicina delle catastrofi.”

In questo contesto ho potuto gestire un laboratorio rivolto ai medici, infermieri e psicologi dell’emergenza su “Catastrofi e violenza di genere”.

Diversi studi, infatti, suggeriscono che nell’immediatezza di una catastrofe (terremoti, inondazioni, uragani, ecc.) e nelle fasi successive, il tasso di violenza sulle donne e sui bambini tende ad aumentare in termini di frequenza e gravità. La violenza nelle catastrofi è stata poco indagata, tuttavia alcuni studi sistematici sull’argomento mostrano come dopo un disastro tendono ad incrementare la violenza domestica, la violenza sessuale e l’abuso sui minori.

Quando una donna è già vittima di violenza da parte di un partner, è probabile che sperimenti una escalation in termini di frequenza e gravità, subito dopo una catastrofe. La motivazione centrale di ogni forma di violenza sulle donne è il bisogno di potere e controllo del maltrattante. La percezione di controllo naturalmente vacilla in concomitanza con il disastro; di qui l’esigenza di alzare il tiro e ripristinare il controllo attraverso l’unica modalità che conosce: sottomettere, umiliare, schiacciare la volontà dell’altra.

Nelle fasi successive a un disastro, le donne e i bambini esposti a queste forme di violenza vanno più facilmente incontro a un disturbo post-traumatico da stress o altri disturbi d’ansia o depressivi, in quanto  vengono combinati gli effetti di più eventi traumatici.

La situazione delle vittime è particolarmente critica per le donne, in quanto devono fronteggiare l’esacerbazione di comportamenti violenti ai loro danni, nelle già difficili condizioni di sopravvissute ad un disastro:

  • viene meno la loro rete informale di sostegno sociale, aumenta l’isolamento e l’esposizione al controllo del proprio carnefice;
  • la rete formale di supporto e protezione per le donne vittime di violenza collassa. Nella fase dell’emergenza disastro, può essere più difficile ottenere aiuto da forze dell’ordine e servizi locali, a loro volta surclassati e impegnati a fronteggiare l’emergenza;
  • la perdita di beni e risorse stressa il conflitto familiare e riduce le risorse a disposizione della donna per poter interrompere la relazione e mettersi in sicurezza con le proprie forze;
  • Inoltre, la precarietà delle condizioni di vita rende le donne più vulnerabili ad aggressioni di estranei e a stupri – la motivazione di questo fenomeno risiede sempre nel bisogno di potere e controllo.

Il laboratorio è stata una vera e propria esercitazione volta a incrementare la capacità di riconoscere i campanelli di allarme di una relazione maltrattante e fornire spunti per gestire il caso in un contesto emergenziale come quello di un ospedale da campo.

Grazie ad ARES per aver inserito all’interno del proprio programma formativo anche questo laboratorio, dimostrando attenzione alle esigenze delle donne anche in situazioni in cui normalmente tutti gli sforzi sono concentrati a fronteggiare un’emergenza.


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Uomini maltrattanti e come non cascarci di nuovo

Uomini maltrattanti e come non cascarci di nuovo

Il 18 gennaio 2019 si è tenuto  il convegno dal titolo “Ciao maschio. La rappresentazione del maschile nella cultura della violenza.”

All’evento, organizzato presso la Regione Marche dalla cooperativa Polo 9, ho partecipato rappresentando il centro antiviolenza di Ancona. Dopo che sono state discusse le radici culturali del patriarcato e della rappresentazione del maschile che sottostà alla cultura della violenza sulle donne, sono stati presentati diversi servizi che offrono un percorso di consapevolezza e di responsabilizzazione per uomini che hanno agito violenza nelle relazioni di intimità, in particolare il punto V.O.C.E. che in Ancona ha istituito lo sportello di ascolto per maltrattanti. Come centro antiviolenza, ho avuto il ruolo di riportare l’attenzione sul vissuto delle donne, i soggetti che pagano il prezzo più alto di una mascolinità tossica, in termini di perdita di libertà, autonomia e sicurezza personale.

Ho così potuto portare la mia esperienza di affiancamento delle donne che desiderano liberarsi dalla violenza e sottolineato come anche una donna molto determinata nella sua decisione di lasciare un uomo maltrattante, possa tornare sui propri passi quando lui si mostra pentito e sofferente e dichiara di voler intraprendere un percorso di cambiamento.

Ma come facciamo a sapere se le sue dichiarazioni di buona volontà sono autentiche oppure non sono altro che una manipolazione, una tattica per convincere la donna a tornare sui propri passi e così riprendere potere su di lei?

La decisione di lasciare un uomo, benché violento, è spesso tormentata, difficile, dolorosa e carica di dubbi, soprattutto se la donna non ha una completa autonomia economica e si hanno magari dei figli insieme.

“Lasciarlo o rimanere?”

“Denunciare o no?”

“Le ho davvero provate tutte o c’è ancora qualcosa che posso fare per farlo cambiare?”

“E quanti tentativi devo fare prima di darmi per vinta e andare per la mia strada?”

La scelta di interrompere la relazione è ostacolata così da una serie di auto-accuse del tipo: “Se me ne vado sarò colpevole di aver sfasciato la famiglia, è una scelta egoistica, farò soffrire i miei figli togliendogli il padre, avrò dimostrato di essere un’incapace e un fallimento dome moglie e come madre”. D’altra parte tutti questi pensieri sono ampiamente rinforzati dal maltrattante, che non manca occasione per esplicitare e dare voce a queste accuse.

Ovviamente, se si aggiunge la dichiarazione di aver compreso i propri errori, di aver già fissato un appuntamento da uno psicologo, di voler cambiare seriamente stavolta, ecco che lei può essere tentata di offrire un’altra opportunità, per il bene della famiglia e dei figli, oppure semplicemente perché vuole credere alle promesse di lui.

“Che faccio, non gliela do una chance, proprio adesso che lui sembrerebbe che abbia capito?”

“Sono così cattiva ed egoista da chiudergli la porta in faccia, proprio quando fa lo sforzo di cambiare?”

“Ho sopportato per tanti anni e proprio ora che forse ci siamo cosa faccio, mollo?”

Naturalmente, qualunque essere umano ha la capacità di cambiare e crescere, compresi gli uomini che hanno agito violenza. I dati forniti dai colleghi che operano con i maltrattanti, tuttavia, non sono incoraggianti: pochissimi uomini violenti si rivolgono a questi servizi e ancora meno completano il percorso di consapevolezza che essi offrono. La statistica è impietosa: se un uomo violento dice che è cambiato, è più probabile che sia un inganno, piuttosto che la verità. Non solo: ad ogni ritorno tra le braccia di un uomo violento, ci si espone inevitabilmente ad un rischio di nuove e più gravi violenze. Si tratta quindi di un momento delicato e potenzialmente pericoloso.

Ma da quali elementi si può capire se le parole di lui corrispondono ad una vera spinta a cambiare le proprie modalità relazionali, nella direzione del rispetto? Ecco delle frasi tipiche, che le donne vittime di violenza si sentono dire dai propri maltrattanti per convincerle a tornare da loro. Analizziamole insieme:

“Sono già andato due volte dalla psicologa, come vedi io adesso sono cambiato, quasi non mi riconoscerai, ho capito quanto ti amo e quanto ho bisogno di te per vivere”.

Un percorso di crescita personale di sole due sedute è piuttosto miracoloso. Mettere in discussione fino alle radici i propri presupposti che giustificano comportamenti violenti, di umiliazione, fino alle torture personali gravi, non si fa con un impegno così esiguo. In secondo luogo, “ho bisogno di te per vivere” rivela un attaccamento morboso che è un segnale d’allarme: è proprio l’impossibilità di tollerare sul piano affettivo di perdere la persona amata vista come un oggetto di possesso, a motivare le persecuzioni e la limitazione della libertà della donna.

“Torna a casa, ti prego, faccio tutto quello che mi chiedi, lo giuro, sto troppo male senza di te, sii buona, così mi fai soffrire.”

Lui dà a intendere che cederà il suo potere in favore di lei, facendo tutto quello che lei desidera. Solo fermandosi alla superficie questo può essere rassicurante: lui non sembra infatti possedere l’idea di un rapporto veramente alla pari, fatto di scambio e mediazioni. O mi prendo tutto il potere e ti schiaccio, oppure graziosamente lo cedo tutto a te. In ogni caso, lui non perde occasione per farla sentire in colpa, attribuendole la responsabilità della sua sofferenza. La colpevolizzazione è da sempre una delle armi preferite degli uomini violenti.

“Lo so che ho sbagliato ad alzare le mani su di te, adesso l’ho capito, e anche a dirti tutte quelle brutte cose. Mi faccio schifo se penso a quello che ti ho fatto. Se tu magari riesci ad essere più comprensiva con me, io di sicuro ti mostrerò che posso essere una brava persona.”

Lui apparentemente riconosce di aver sbagliato. Il problema è sempre la sottile manipolazione attraverso la quale suggerisce che un po’ dipende anche da quanto lei riesce a essere “comprensiva”. E’ una inaccettabile condivisione delle responsabilità. Finché lui non si assume la totale responsabilità della violenza che fa, stiamo perdendo tempo.

“Da quando te ne sei andata, ho capito tutto, ho capito che ho sbagliato tante cose. Ma adesso gli errori che ho fatto li ho capiti, è stata tutta colpa mia, ma ora ti prego dammi un’altra opportunità.”

Non ci caschiamo: lui sembra volersi accollare tutte le responsabilità, ma in modo troppo vago e sfuggente. Se si è veramente consapevoli del problema, si deve essere capaci di nominarlo. Il problema della violenza è il fatto di non riuscire ad accettare una partner come una propria pari, con la sua libertà e i suoi diritti. Il problema della violenza è il bisogno di potere e di controllo su di una donna per potersi sentire un “vero uomo” (qualunque cosa voglia dire). Se lui non riesce a riconoscerlo esplicitamente, si tratta di parole vuote, dietro le quali non vi è alcuna consapevolezza.

E infine, attenzione: anche quando un uomo che ha agito violenza riesce a prendere consapevolezza del problema e ad assumersene la responsabilità, questo è comunque l’inizio di un processo di cambiamento, non la fine. E la strada è lunga.

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L’abuso sessuale in psicoterapia

L’abuso sessuale in psicoterapia

Ogni relazione di potere, potenzialmente, può implicare una qualche forma di abuso da parte di chi è nella posizione dominante. Il rapporto psicoterapeutico non fa eccezione. Per sua natura è un rapporto basato sulla fiducia. E’ asimmetrico e non paritario: uno dei due si affida all’altro per affrontare e risolvere un problema di natura personale. Le confidenze anche molto intime sono unidirezionali (il terapeuta non entra nei dettagli della propria vita) e si suppone vengano trattate dal professionista con competenza e rispetto.

Uno dei modi in cui il rapporto può uscire da determinati confini di correttezza e non rispondere più alle regole del codice deontologico, è quando prende le sembianze di una relazione sessuale tra terapeuta e paziente.

I codici deontologici delle professioni sanitarie vietano sempre i comportamenti sessuali con i pazienti, fin dal giuramento di Ippocrate. Così recita l’art. 28 del Codice deontologico degli psicologi italiani:

“[…] Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale. […]”

Nessuno psicoterapeuta serio e preparato chiederebbe mai un contatto fisico di natura sessuale (toccamenti, baci, abbracci sensuali) e nemmeno frequentazioni al di fuori delle sedute (appuntamenti galanti, telefonate intime, ecc.). Tuttavia sappiamo che talvolta questo può accadere, con gravi conseguenze per la salute psicologica dei pazienti.

Negli anni ’90 iniziarono studi negli Stati Uniti volti a evidenziare il fenomeno e venne appurato che il 10% dei professionisti interessati dalla ricerca avevano avuto un qualche tipo di coinvolgimento sessuale con pazienti. Perlopiù si trattava di psicoterapeuti uomini con pazienti donne. Non sorprende, perché come già detto, qualunque tipo di rapporto di potere può avere al proprio interno questo tipo di deviazione, in quanto con grande facilità chi è nella posizione di forza grazie alla sua autorevolezza e presunta competenza può approfittare del proprio status per influenzare pensieri e comportamenti e ottenere in modo illegittimo favori sessuali senza nemmeno l’uso della forza fisica.

La relazione psicoterapeutica può in questi casi sfociare in una vera e propria condizione di dipendenza, in cui la paziente è succube del proprio terapeuta, il quale può utilizzare in modo manipolatorio le tecniche di cui dispone per soggiogare, fino alla commissione di veri e propri reati di abuso. Può motivare determinate richieste illegittime presentandole come il risultato di ricerche scientifiche o delle più recenti teorie, oppure come una disinibizione liberatoria, una forma di rilassamento, un lasciarsi andare benefico, un modo per sperimentare relazioni mature come la paziente non ha potuto sperimentare nella sua vita, ecc.

La paziente vittima di questi abusi può sentirsi confusa, in conflitto tra il desiderio di risolvere i propri problemi affidandosi ciecamente al professionista e le proprie sensazioni di disagio, di disgusto o di violazione che avverte.

Questo tipo di interazione non è etico, è illegale, passibile di denuncia penale e motivo di radiazione dall’albo professionale.

Si traduce sempre in un danno economico perché la paziente si trova a dover pagare delle sedute dove non si affrontano i problemi per i quali si è rivolta al professionista, ma soprattutto in pesanti danni psicologici, risultato delle manipolazioni psicologiche e degli abusi sessuali. Come tutti i carnefici, anche il professionista che fuoriesce dai confini del rapporto terapeutico anteponendo i propri desideri sessuali agli obiettivi della psicoterapia, fa ampio ricorso all’inganno, all’insinuazione di sensi di colpa, facendo crescere quel senso di inadeguatezza e di vergogna che gli garantisce il silenzio della sua vittima. In questo modo, qualunque sia la problematica psicologica per la quale la paziente ha deciso di intraprendere un percorso personale, questa non può che peggiorare a fronte di un indebolimento dell’autostima e del senso di controllo sulla propria vita. Inoltre, anche una volta fuori da questa trappola, la vittima potrebbe non riuscire più a risollevarsi e non trovare il coraggio di intraprendere un’altra terapia che l’aiuterebbe, avendo perso fiducia nella psicoterapia in quanto tale.

Intraprendere la psicoterapia giusta scaturisce dall’attenzione e dalla consapevolezza dei propri diritti che un paziente ha nel momento della scelta. Ogni paziente ha il diritto di sentirsi a proprio agio e non vedere violati i propri confini da parte di chi è tenuto all’estrema correttezza proprio in ragione della posizione di vantaggio e di autorevolezza che ricopre.

Se si desidera segnalare al competente Ordine professionale una violazione del codice deontologico da parte di uno psicologo o psicoterapeuta della Regione Marche, basta compilare il form messo a disposizione dall’Ordine. Gli altri Ordini regionali hanno probabilmente modalità simili di segnalazione, basta fare una ricerca nel web. Naturalmente è possibile denunciare queste forme di abuso anche all’Autorità giudiziaria.

Bibliografia:

Singer M.T., Lalich J. (1998) – Psicoterapie “folli”. Conoscerle e difendersi. Ed. Erickson

Codice deontologico degli psicologi italiani

Se ci si ritrova nelle problematiche illustrate in questo articolo,  può essere d’aiuto un supporto emotivo specialistico.

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Depressione al femminile

Depressione al femminile

La ricerca ha più volte evidenziato che le donne sono più vulnerabili alla depressione rispetto agli uomini. Analizziamo i motivi per cui questo è vero.

La predisposizione alla depressione è il prodotto della storia di vita: le persone che hanno appreso una visione pessimistica e il senso di impotenza di fronte agli eventi, hanno una maggiore probabilità di incorrere in una sintomatologia depressiva, di solito in seguito a eventi cosiddetti “precipitanti”, cioè situazioni problematiche, difficili o critiche che richiedono capacità di problem solving e di azione tenace, perseverante, efficace. Di fronte a questo tipo di stress, gli individui più predisposti alla depressione rispondono in modo inadeguato e inefficace, fallendo nel raggiungimento dei propri obiettivi. Le convinzioni pessimistiche della persona e il suo senso di impotenza si rafforzano in seguito al fallimento, e la probabilità di ritrovarsi in una nuova situazione di stress aumenta. A questo punto diventa un circolo vizioso.

Si è tanto più protetti dal rischio di depressione quanto più alto è il livello di AUTOEFFICACIA, cioè la sensazione di essere efficaci nel gestire gli eventi, la fiducia di possedere le capacità di affrontare e risolvere un problema, la convinzione di poter raggiungere determinati risultati mettendo in atto precisi comportamenti. L’autoefficacia si apprende nella vita, attraverso l’osservazione del comportamento altrui, attraverso l’incoraggiamento ricevuto da bambini nell’affrontare sfide via via più difficili, attraverso l’esperienza di successi nel superare tali sfide.

Questo è vero sia per gli uomini che per le donne. Allora perché queste ultime sono maggiormente esposte al rischio di depressione? La biologia non sembra riuscire a dare spiegazioni in merito, mentre la psicologia sociale sì, andando ad investigare la socializzazione dei bambini e delle bambine.

Nella maggiore predisposizione femminile alla depressione ha un ruolo fondamentale il PATERNALISMO.

In un setting sociale altamente paternalistico, un individuo può contare su altri per risolvere un problema o affrontare una sfida di vita, evitando di assumersi in prima persona le responsabilità, con la conseguenza di avere ridotte opportunità di assumersi dei rischi e di perfezionare le abilità e le competenze necessarie per fronteggiare in prima persona le difficoltà. Questo avviene sia per i bambini che per le bambine, dai quali naturalmente non ci si aspetta che siano da soli in grado di gestire delle situazioni problematiche. Al crescere dell’età, tuttavia, le bambine e le ragazze permangono in un setting paternalistico per un tempo maggiore rispetto ai bambini e ai ragazzi, probabilmente sulla base di stereotipi che etichettano le femmine come più delicate, fragili e bisognose di aiuto e protezione. Mentre i maschi vengono più facilmente incoraggiati a confrontarsi con la realtà, assumersi rischi ed essere attivi, dalle femmine ci si aspetta maggiore cautela, passività e una minore capacità di cavarsela da sole. Il risultato è che queste ultime, di fronte ad un problema, vengono meno spesso incoraggiate a confrontarsi da sole, ottengono più facilmente informazioni e consigli sul da farsi o addirittura trovano qualcuno che si sostituisce a loro nell’azione. Anche da adulte le donne, secondo un codice non scritto di norme sociali, si suppone debbano essere protette e guidate, mentre si suppone che gli uomini siano più capaci ed esperti.

Come si può intuire, l’atteggiamento paternalista incide pesantemente sul senso di autoefficacia e sull’esperienza di vita delle donne, che effettivamente avranno una maggiore probabilità di dubitare delle proprie capacità, di percepirsi deboli, vulnerabili e fragili di fronte alla vita e quindi più predisposte alla depressione.

Naturalmente questo non è un destino inevitabile: la cultura sessista sta cambiando nel tempo, le donne hanno via via sempre più opportunità di mostrare il proprio valore e di costruirsi una percezione di sé diversa rispetto a decenni o secoli fa. Una percezione di forza e competenza.

Se ci si ritrova nelle problematiche illustrate in questo articolo, avere un confronto professionale per comprendere come questi aspetti possano aver influito sulla propria vita può essere importante.

Approfondimenti su tematiche di genere

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La manipolazione affettiva

La manipolazione affettiva

Manipolare significa letteralmente “lavorare con le mani”, “influenzare una persona, farle fare ciò che vuoi.” È di fatto una forma di violenza psicologica e quando avviene all’interno di una relazione sentimentale può avere effetti deleteri sul benessere psicologico, sull’autostima e sulla libertà.

L’obiettivo più o meno consapevole della manipolazione è avere potere sull’altra persona, farla sentire sbagliata usando però modi gentili. Crea dipendenza, rende vulnerabili, porta a mettere in atto comportamenti che non si vorrebbero. Ed è difficile da riconoscere proprio perché mascherata dietro modi che non solo palesemente aggressivi o violenti.

Per diventare più capaci di riconoscerla, vediamo alcune forme che concretamente può prendere la manipolazione. Faccio presente che gli esempi riportati di seguito vedono l’uomo come manipolatore e la donna come vittima di questa manipolazione per due motivi: primo, perché è il caso più frequente (in un sistema ancora patriarcale, sono gli uomini ad essere incoraggiati ad avere potere su una donna e sono le donne a venire educate ad essere sottomesse e disponibili); secondo, perché le presenti riflessioni scaturiscono dal mio lavoro con le donne vittime di violenza ed è a partire dalle loro storie che ho estrapolato gli esempi. Tuttavia, è del tutto evidente che i ruoli potrebbero essere invertiti in alcuni casi e interessare anche le coppie omosessuali.

Esempi di manipolazione affettiva

Ti dice che ti ama, ma di fatto ti sta dicendo che non vai bene

Il messaggio positivo, di amore, ha decisamente più peso sul piano emotivo, e permette di far passare l’altro messaggio: che hai qualcosa di sbagliato.

“Sei bruttina però ti amo lo stesso.”
“Mi piaci tanto, anche se sei cicciottella.”
“Ho un debole per te, sciocchina”.

Ti dice che ti ama, ma di fatto ti fa capire che non ce la farai senza di lui oppure che nessun altro ti vorrà

Come sopra, lo zucchero indora la pillola amara: ti sta dicendo che sei rifiutabile, non amabile, indegna di affetto, incapace, inetta.

“Non ti amerà mai nessuno come ti amo io.”
“Non troverai mai nessuno come me.”
“Non ne combini una giusta … che faresti se non ci fossi io che mi preoccupo per te …”

Ti dice che ti ama, ma ti ricatta

Una potente manipolazione fa leva sull’attaccamento affettivo per ottenere qualcosa da te.

“Se mi ami quanto ti amo io, fai come dico.”
“Se tu continui a fare di testa tua, io sarò costretto a …”
“Dai, non uscire con la tua amica, stai con me. Scegli: o lei o me!”

Ti dice che ti ama, ma fa la vittima

Si tratta di un rovesciamento dei ruoli: porsi nella posizione di vittima sofferente, ma lo scopo è quello di ottenere controllo su di te, facendoti sentire in colpa.

“Io così non ce la faccio più, ti amo da morire, ma mi fai soffrire troppo!”
“Siete tutti contro di me, anche tu che dovresti amarmi non mi aiuti.”
“Se mi devi trattare così, è meglio che la faccio finita!”

Usa parole gentili, ma dice bugie, ti fa credere cose non vere, nega l’evidenza

Questo tipo di manipolazione mira a far vacillare la tua percezione della realtà, facendoti dubitare di te stessa. Più crescono i tuoi dubbi, più lui ottiene potere su di te.

“Ti sbagli, io non ho mai fatto quello che dici …”
“Come puoi lontanamente pensare che … non hai capito niente!”
“Hai frainteso, le cose non sono affatto andate così.”

Usa parole gentili, ma nega ogni responsabilità personale e alla fine la colpa è sempre tua

Il manipolatore è tipicamente una persona che non si assume responsabilità, non vede i propri errori e non li riconosce; cerca di convincerti che sei tu ad aver interamente provocato la situazione problematica di cui si sta discutendo.

“Se io faccio così, è perché tu …”
“Se non fosse per i tuoi problemi, potremmo essere più felici.”

Come capisco che sono vittima di manipolazione

Ascolto i miei sentimenti

Se mi sento spesso inadeguata, incapace, o in colpa; se sperimento frequentemente disagio, timori, dubbi su di me … c’è qualcosa che non va che merita di essere messo meglio a fuoco. In una relazione che funziona, infatti, sebbene possano esserci problemi, ci si valorizza a vicenda, si rispettano i sentimenti di entrambi, ci si conferma a vicenda, ci si rinforza.

Mi domando: lui mi porta a fare cose che non farei mai di mia volontà?

Voglio veramente fare quello che lui mi chiede? Sono sempre io che mi sacrifico? Ho del tempo libero per me, oppure è sempre tutto per lui? Come mi sento a fare scelte libere, sostenuta e valorizzata oppure in colpa? Rimettere a fuoco se stessi, il proprio punto di vista, i propri obiettivi è un potente antidoto contro la manipolazione.

Osservo come vanno a finire le discussioni

Riesco a dire le mie ragioni o no? Chi dei due fa un passo indietro: sempre io o anche lui a volte? Chi chiede scusa all’altro? Chi vince di solito? Se la valutazione è fortemente sbilanciata in suo favore ed è sempre lui ad avere la meglio per un motivo o per l’altro, il rapporto non è veramente alla pari. Forse sto cedendo un po’ troppo spesso?

Cosa posso fare?

  • Mi fido delle mie sensazioni, della mia intelligenza, della mia memoria. Sebbene a volte io possa sbagliare, non può essere che io mi sbagli sempre!
  • Mi prendo le mie responsabilità, ma non tutte le responsabilità. Nei problemi di coppia entrambi hanno un ruolo; se lui non è abbastanza maturo da prendersi le sue colpe, non ci sono le basi per venirne fuori.
  • Dico “no” se quello che mi viene chiesto non va bene per me. E non mi sento in colpa, perché è un mio diritto dire no. In una coppia va bene venirsi incontro, ma attenzione che non sia un processo unidirezionale!
  • Se ho dei dubbi, chiedo consiglio a persone di cui mi fido. Un punto di vista esterno può aiutarmi a riconquistare obiettività sulla situazione.
  • Valuto se continuare la relazione o no. È difficile che auto-sacrificarmi e mettermi in una posizione di subalternità mi possa rendere felice.

Se hai questo tipo di esperienza, non è escluso che stai vivendo all’interno di una relazione che può diventare maltrattante. Scopri come con un percorso di sostegno è possibile ottenere aiuto per fronteggiare la violenza e gli obiettivi che ci si può porre sul piano psicologico in un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Se ci si ritrova nelle problematiche illustrate in questo articolo, è possibile avere un parere professionale in merito.

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Tecniche comportamentali al servizio della sicurezza

Tecniche comportamentali al servizio della sicurezza

Articolo di Elena Grilli pubblicato nel 2013 su “Psicoin”

Lavorando con donne che subiscono prolungate e reiterate violenze in una relazione sentimentale, emerge in modo sistematico la questione della sicurezza, minacciata e da tutelare, prima di qualunque altro intervento.

Anche le psicologhe e gli psicologi, coinvolti a vario titolo, hanno un ruolo importante nella tutela della sicurezza delle donne.

Tutte le esperienze internazionali mostrano che i paesi in cui il fenomeno della violenza domestica è contrastato con maggiore efficacia ed efficienza, non sono i paesi in cui vi sono le pene più elevate, ma quelli ad alta inclusione, tolleranza della diversità ed intolleranza verso la violenza. Dove la frequenza dei femminicidi è più basso, è dove chi si comporta in modo violento va incontro ad una reazione sociale di rifiuto e biasimo. Dove le donne sono più sicure, è dove l’intera collettività si fa carico della sua sicurezza. Rispetto a questo, è chiaro quale potrebbe essere il ruolo degli psicologi e delle psicologhe nella prevenzione e nel contrasto del fenomeno violento, in termini di sensibilizzazione, educazione alla pace, alla pro-socialità, alla comunicazione assertiva per risolvere i conflitti.

Vi è però un altro tipo di interventi che compete alle psicologhe e che tipicamente vengono attuati in un centro anti-violenza oppure in una casa rifugio. Si tratta di quel percorso volto a ricostruire cognitivamente un pensiero di sicurezza personale, che le donne vittime di abusi possono intraprendere per ricominciare a pensare a se stesse in termini di persone degne di vivere sicure e libere dalla violenza, premessa necessaria affinché loro stesse mettano in atto comportamenti di auto-protezione.

L’obiettivo che mi propongo è quello di illustrare come sia la stessa esposizione ripetuta alla violenza a produrre come risultato l’incapacità delle vittime ad auto-proteggersi. Inoltre cercherò di esporre i metodi e le tecniche che possono essere utilizzati per ripristinare questa capacità e le accortezze da utilizzare in una psicoterapia per salvaguardare la sicurezza di una vittima di violenza domestica.

La capacità di auto-proteggersi

A volte si rimane stupite, nel lavoro quotidiano con donne che hanno subito maltrattamenti, dalla facilità con cui queste si espongono a situazioni rischiose, inclusa la tendenza a ritornare dal proprio partner violento dopo esserne fuggite, una volta cessato lo stato d’allarme conseguente ad una grave aggressione.

Mentre soggiorna in una casa rifugio, Pamela (tutti i nomi sono ovviamente di fantasia) non solo accetta di incontrare l’ex compagno, ma gli affida i due figli per un pomeriggio per andare a prendere un gelato insieme, nonostante lui per intimorirla abbia più volte minacciato di fare del male anche ai bambini. Carolina, che ha subito dal marito violenze talmente sadiche da essere equiparate alle peggiori tecniche di tortura, decide di lasciare la casa rifugio per tornare da lui, perché questi continua a chiamarla, a dichiararle un amore totale e a fare promesse di cambiamento.

Fabiola sminuisce l’ultima feroce aggressione in cui ha rischiato di venire strozzata dal marito e più volte torna a casa sua per prendere delle cose che ha lasciato lì e che, dice, le servivano assolutamente. Carla, che ugualmente ha subito gravi violenze fin dall’inizio del proprio matrimonio, telefona al centro anti-violenza per disdire il successivo appuntamento, dichiarando che non è nulla, si tratta di cose di poco conto, problemini come ce ne sono in tutte le famiglie. Si tratta di alcuni esempi in cui il pensiero di sicurezza personale, per quella donna, non rientra fra le priorità.

In seguito ad un episodio di maltrattamento la richiesta d’aiuto è facilitata dalla reazione di paura innescata dal pericolo oggettivo che la donna deve fronteggiare. In questa fase è più facile per lei pensare alla fuga e alla interruzione definitiva del rapporto malsano. Non di rado, tuttavia, avviene un ripensamento per cui la donna decide di interrompere il percorso intrapreso, dichiara di non volersi più separare, ritira la denuncia, parla di quanto avvenuto normalizzando l’esperienza di abuso, come se fosse incapace di vedere la violenza che solo pochi giorni prima aveva attivato la richiesta d’aiuto. La donna potrebbe addirittura avere la sensazione che il contesto familiare sia rassicurante in quanto prevedibile, controllato, mentre è il mondo esterno ad essere pericoloso, richiestivo, difficoltoso.

Un elemento cruciale che porta queste donne a ragionare e comportarsi così è la sottovalutazione del rischio e la menomata capacità di correttamente decifrare determinate situazioni come pericolose per la propria incolumità. Due sono i principali fattori che concorrono a questa difficoltosa discriminazione del rischio: fattori culturali da un lato e fattori legati all’esperienza di violenza dall’altro.

Fattori culturali
La nostra cultura ci aiuta poco a discriminare tra un uomo affidabile e un uomo violento, tra una relazione sana e una abusante.

Attraverso il processo di socializzazione ci costruiamo una idea precisa di come dovrebbero essere un “vero uomo” e una “vera donna”. Gli stereotipi di genere ci fanno apparire come più appetibili gli individui che si avvicinano a quello stereotipo e meno attraenti quelli che se ne distanziano. Purtroppo per noi donne, gli stereotipi sono altamente ingannevoli. L’idea dominante di “uomo” è infatti corredata da tutta una serie di caratteristiche – duro, forte, poco incline alle emozioni, perfino un po’ brutale e possessivo – che paradossalmente sono i principali segnali d’allarme che all’inizio di una storia sentimentale potrebbero mettere in allarme una donna quando non è ancora coinvolta affettivamente e potrebbe essere più facile per lei stare alla larga da un partner potenzialmente pericoloso. In altre parole, proprio i tratti e i comportamenti che dovrebbero far scattare una reazione di allarme, sono gli stessi che la nostra cultura definisce in modo positivo, come piacevoli, rassicuranti, amabili, affascinanti. Capita così molto spesso che le donne fin dall’inizio di una relazione, accettino determinati comportamenti che sono invece vere e proprie mancanze di rispetto, semplicemente perché classificati – non solo da lei – come i modi in cui il “vero uomo” dovrebbe comportarsi. Film, canzoni, romanzi che abbiamo profondamente amato in effetti mostrano protagonisti maschili brutali o addirittura veri e propri teppisti come modelli attraenti.

Non solo: ci viene insegnato ad interpretare in chiave positiva anche il possesso e il controllo, che sono il principale movente di tutte le violenze sulle donne. Quante volte sentiamo associare il concetto di amore e quello di gelosia, come se fossero sovrapponibili, anzi come se la gelosia fosse indice e misura dell’amore.

Ascoltando i racconti delle donne vittime di violenza domestica, emerge che quasi nessuna di loro ha subito violenze gravi fin dall’inizio della relazione, quasi tutte all’inizio hanno interpretato come attraenti atteggiamenti che solo successivamente si sono esacerbati e sono sfociati in violenza vera e propria. Sono state attratte da lui perché appariva “forte”, “geloso di me”, “protettivo”, “innamorato al punto di fare follie”. Quando poi la violenza è esplosa, erano già coinvolte in una relazione significativa, magari erano già sposate e avevano figli, e a quel punto interrompere la relazione era già molto più difficile. Interrompere la relazione a questo punto, ce lo ricordano le cronache quotidiane, espone anche ad un maggiore rischio di femminicidio.

A volte gli stereotipi culturali ci ingannano talmente tanto da farci perdere di vista la reciprocità: si scivola così in una relazione totalmente controllante, in cui è uno dei due, l’uomo, a detenere il potere e l’altra, la donna, a subirlo. In fondo, non ci insegnano che l’uomo è cacciatore e la donna è la sua preda? L’idea culturalmente dominante di virilità contribuisce non poco, quindi, a intorpidire le capacità di reazione delle donne anche di fronte alle prime manifestazioni aggressive, rendendo così possibile l’inizio di un vero e proprio “intrappolamento”.

Fattori legati all’esperienza di violenza
Una volta intrappolata in una spirale di violenza, la capacità di discriminazione della violenza è destinata a ridursi ulteriormente, in conseguenza di meccanismi di adattamento al contesto violento. L’esposizione prolungata alla violenza produce come risultato un progressivo innalzamento della soglia di tolleranza per cui la donna gradualmente giustifica e tollera gradi crescenti di intensità della violenza. Attraverso meccanismi di minimizzazione, negazione ed auto-colpevolizzazione, in gran parte indotti dal maltrattante, le vittime vanno incontro ad una perdita della percezione della gravità e del reale pericolo.

In seguito ad una aggressione, il maltrattante darà la sua personale lettura dell’accaduto e il suo maggiore potere nella relazione gli consentirà di farla prevalere sulla percezione della donna. Minimizzerà la gravità della violenza e attribuirà la responsabilità alla vittima, giudicando il comportamento di lei come veramente grave (in termini di mancanza di rispetto, provocazione, negligenza, o altri comportamenti da punire).

A rendere il tutto più difficile è il fatto che il maltrattante è anche il partner sentimentale. Tipicamente, in un rapporto maltrattante, si alternano opposte modalità: alla violenza segue una modalità riparativa, fatta di seduzione, rassicurazione, manipolazione che da un lato intrappola la vittima nell’illusione di una felicità possibile, dall’altro la rende sempre più insicura rispetto alle proprie percezioni. Questo ribaltamento delle percezioni porta la donna a non ritenere necessario proteggersi, e anzi a colpevolizzarsi per il proprio comportamento, ritenendolo la causa della reazione violenta dell’altro.

Un altro meccanismo che altera la percezione del pericolo è di tipo fisiologico. Le esperienze di violenza che le donne hanno subito all’interno di una relazione intima hanno sempre almeno una implicazione: l’elevata attivazione fisiologica (arousal) in risposta alla ripetuta esposizione alla violenza fisica, sessuale e verbale. Ogni organismo che deve fronteggiare un pericolo o una minaccia, mette in atto una risposta d’emergenza (tra le altre cose: attivazione del sistema nervoso simpatico, rilascio di adrenalina e messa in tensione dei muscoli scheletrici). Questa esperienza viene comunemente definita “paura” ed è funzionale ad un comportamento di fuga o di difesa. Le donne che subiscono maltrattamenti familiari presentano questo tipo di risposta in modo continuo e ripetitivo a causa di una minaccia reale sempre presente e sempre pronta a scattare al minimo pretesto. È quindi come se l’attivazione fisica non cessasse mai, in uno stato d’allerta che è costante e che può essere alleggerito solo al prezzo di minimizzare o negare la violenza, meccanismi messi in atto dalle donne non solo in conseguenza del lavaggio del cervello del maltrattante: si tratta infatti di meccanismi di resistenza e adattamento al contesto violento che permettono alle donne di sopravvivere in una situazione in cui altrimenti il loro corpo andrebbe incontro ad un rapido esaurimento delle forze. Vivere in uno stato d’allerta incessante, con metabolismo innalzato e tensioni neuromuscolari sempre elevate, comporta un innalzato rischio di disturbi psicosomatici, ansia generalizzata, insonnia, conseguenze che comunque a lungo termine si verificano, ma che a breve termine possono essere alleviate appunto sdrammatizzando, riducendo il rischio percepito, normalizzando l’accaduto.

La percezione del rischio della vittima di violenza domestica cambia continuamente: è elevata subito dopo una aggressione violenta e si riabbassa successivamente per le dinamiche descritte. Anche qualora la donna venga messa in protezione in una casa rifugio, presupponendo quindi una emersione del problema della violenza e una attivazione della risposta istituzionale, è comunque possibile che possano verificarsi ritrattazioni oppure violazioni delle regole di sicurezza della casa rifugio, percepite come esagerate. In quest’ultimo caso, le figure a cui la donna ha chiesto aiuto (assistenti sociali, magistrati, Forze dell’Ordine, ecc.) possono arrivare a mettere in dubbio la sua credibilità, con effetti negativi anche sull’iter giudiziario.

In sintesi, fattori culturali inibiscono la capacità di discriminare comportamenti violenti, etichettandoli come amore e attaccamento e facilitando l’investimento affettivo in una relazione pericolosa; permanere per un certo tempo all’interno di un rapporto abusante, poi, riduce ulteriormente la discriminazione della violenza, fino a rappresentare come “normali” comportamenti che vanno dalla semplice mancanza di rispetto alla vera e propria minaccia per la vita.

Ricostruire la capacità di auto-proteggersi

Capire la risposta al maltrattamento, all’abuso e al controllo ci mette in grado di comprendere il trauma psicologico e il comportamento della donna finché è prigioniera della spirale violenza, che è illogico solo se decontestualizzato, in realtà adattivo nel contesto violento. Per questo motivo è necessario, prima di qualunque intervento psicoterapeutico finalizzato a superare il trauma dell’abuso e al re-empowerment, mettere la vittima in sicurezza e darle un tempo per abbandonare quelle modalità funzionali nel contesto violento, ma disfunzionali al di fuori.
In questa fase del percorso di uscita dalla violenza, alcune metodologie utili possono essere di tipo comportamentista.

Prevenire una aggressione
Ad un Centro anti-violenza può arrivare la richiesta di aiuto di una donna che, per ostacoli vari, non è in condizione di allontanarsi immediatamente dalla propria abitazione o dal proprio partner (non saprebbe dove andare, non ha un lavoro, ha paura di venire uccisa, prima di fuggire vuole attendere che un figlio termini l’anno scolastico, ha in casa un anziano da accudire, ecc.).

In questi casi, è possibile comunque educarla alla sicurezza, aiutandola a riconoscere gli antecedenti delle esplosioni violente e a mettere in atto le strategie che le danno una maggiore probabilità di sottrarsi alla violenza prima che prorompa in modo incontrollabile. La tecnica comportamentista per eccellenza è l’Analisi funzionale: attraverso la ricostruzione dei vari episodi di violenza, la psicologa individua gli antecedenti e le contingenze di rinforzo del comportamento violento.

La donna viene preparata a riconoscere i segnali d’allarme ed addestrata a mettere in atto la cosiddetta tecnica del “time-out”, sottraendosi alla situazione pericolosa prima che la rabbia di lui esploda. La strategia abitualmente utilizzata dalle donne è quella invece di rimanere, obbedire, assecondare, avvicinarsi a lui per ragionare, provare a calmarlo, strategia che a volte le ha effettivamente permesso di rabbonirlo, ma altre volte no. Tale strategia, che può talvolta essere funzionale a breve termine, è comunque sempre disfunzionale a lungo termine, perché fornisce un rinforzo al comportamento violento e dà alla donna una erronea convinzione di controllo sul comportamento di lui. Il time-out, invece, permette di sospendere l’erogazione del rinforzo al comportamento violento e di aumentare la probabilità di bloccare l’escalation al primo segnale premonitore, quando la situazione non è ancora fuori controllo.

Auto-proteggersi durante una aggressione
Quando invece la situazione finisce fuori controllo, la donna è completamente nelle mani del proprio maltrattante. L’aggressione cesserà sempre e solo quando lui lo decide ed indipendentemente dal comportamento di lei. Anche in questo caso, tuttavia, chi si rivolge al Centro anti-violenza può essere addestrata a fare le cose giuste nel panico, auto-proteggersi e proteggere i figli nel limite del possibile e mettere in atto un piano di fuga già esplorato e rappresentato più volte attraverso tecniche di reharsal o simulazioni. Avere una borsa già pronta, i documenti importanti, del denaro messo da parte, numeri di telefono di riferimenti importanti nell’emergenza memorizzati nel cellulare, i figli addestrati a chiamare la polizia piuttosto che cercare di mettersi in mezzo per proteggere la propria madre, chiamare le Forze dell’ordine e fare una sintesi della situazione in modo efficace, sono accorgimenti che possono modificare anche di molto l’esito di una aggressione.

Auto-proteggersi nel post-emergenza
Vi è infine la situazione delle donne che arrivano a prendere una decisione di andarsene e lasciare il partner violento, ad esempio attraverso un passaggio in casa rifugio, ma non necessariamente. Le professioniste che offrono il loro sostegno in questa fase non devono stupirsi se osservano un graduale calo dello stato d’allarme e una successiva sdrammatizzazione delle violenze avvenute. La tentazione a normalizzare l’esperienza di abuso, come già evidenziato, rappresenta più la regola che l’eccezione e saremmo tratte in inganno se pensassimo alla donna come una bugiarda manipolatrice oppure come una sciocca sprovveduta: sta solo mettendo in atto le strategie di difesa che le hanno permesso di sopravvivere nel contesto violento, ha bisogno di un tempo per recuperare fiducia nelle proprie percezioni ed un contatto con la realtà che la violenza necessariamente capovolge.

Le donne possono essere aiutate a discriminare i segnali fisiologici della paura ed educate a non ignorarli, a riconoscere le forme della violenza (compresa la violenza psicologica, sessuale, economica) e le strategie del controllo, a centrarsi su di sé e i propri bisogni, a conoscere i propri diritti affermativi, a ripristinare una visione assertiva di se stessa, come persona che ha il diritto di vivere in sicurezza, libera dalla paura, all’interno di relazioni basate sul rispetto.

La sicurezza in una psicoterapia

La questione della sicurezza non è un aspetto delicato da affrontare solo in un centro anti-violenza o in una casa rifugio. Anche gli psicologi e le psicologhe che svolgono la libera professione oppure che lavorano nei servizi pubblici, a volte si trovano ad averci a che fare. Può accadere ad esempio ad uno psicoterapeuta a cui una donna si rivolge per un disturbo d’ansia, oppure un terapeuta familiare a cui due coniugi chiedono una terapia di coppia, oppure in un Consultorio a cui una donna si rivolge per una interruzione di gravidanza, ecc. – e dall’assessment emerge una problematica di violenza.

Nel trattare casi di violenza domestica, storicamente, si sono fronteggiate due posizioni avverse l’una all’altra: da un lato i fautori delle terapie familiari (principalmente sistemiche, ma non solo), dall’altro l’approccio psicoterapeutico di stampo femminista.

La prima inquadra il problema in termini di schema comunicativo disfunzionale e di escalation alla quale contribuiscono entrambi i partner, attraverso una crescente provocazione reciproca. La terapia proposta è solitamente di coppia.

L’approccio femminista, invece, tende ad attribuire l’intera responsabilità della violenza al suo autore e considera un percorso di coppia controproducente o addirittura pericoloso. Il classico paradigma “di genere” tratta la violenza nelle relazioni intime separando i partner e assegnando la donna vittima delle violenze ad un programma di sostegno ed elaborazione del trauma, mentre l’uomo violento ad un programma spesso di tipo psicoeducativo basato su strategie di gestione della rabbia e assunzione di responsabilità per la violenza.

Le ricerche più recenti sembrano colmare questa apparentemente insanabile divergenza, cercando di distinguere pattern diversi di violenza. In particolare possono essere distinte tre diverse modalità:

1. Controllo coercitivo – coppia caratterizzata da violenza unidirezionale, controllo di un partner sull’altro, intimidazione, paura della donna che di fatto non ha voce, è soggiogata.

2. Violenza situazionale – è spesso reciproca e determinata da una povertà di entrambi i partner rispetto ad abilità di auto-controllo e di regolazione della rabbia, e difficilmente sfocia in danni fisici seri.
3. Violenza e controllo reciproci – entrambi i partner sono controllanti e violenti l’uno verso l’altra.

L’ultima fattispecie è piuttosto rara e la letteratura non offre spunti per il trattamento.

Un percorso di coppia può invece essere pensato per la violenza cosiddetta situazionale, in cui si suppone che la violenza sia l’esito di una provocazione reciproca, e una terapia di coppia può aiutare entrambi a comprendere quali sono i trigger dei propri comportamenti, assumersene la responsabilità e abbandonare le modalità comunicative aggressive. In questo caso però, vi devono essere dei pre-requisiti per procedere con la terapia: entrambi devono essere impegnati nella terapia, motivati al cambiamento e pronti ad assumersi la propria parte di responsabilità. Inoltre anche quando la violenza è biunivoca, l’uomo deve riconoscere la sua maggiore forza e capacità in termini di minaccia e danno potenziale verso la donna.

Nel caso del controllo coercitivo – laddove non vi sia semplicemente una difficoltà comunicativa o di negoziazione tra i due partner, ma una condizione di intimidazione, di dominio e di vero e proprio abuso di uno sull’altra – sono consigliati percorsi individuali per vittima e carnefice. L’idea di fondo di questa scelta sta nell’assunto che la coppia non vada seguita insieme per ragioni innanzi tutto di sicurezza (la vittima andrebbe incontro a ritorsioni anche gravi se provasse a parlare col terapeuta della gravità della violenza o a far valere le proprie istanze), ma anche perché fondamentalmente maltrattante e vittima hanno questioni diverse su cui lavorare.

L’assessment che lo psicoterapeuta fa è cruciale: la sua valutazione iniziale deve poter rilevare la gravità della violenza e i fattori di rischio e letalità per la vittima. Se ad esempio rileva che vi sono stati ricorsi al pronto soccorso o ricoveri ospedalieri a causa della violenza, questa è una informazione che dovrebbe completamente orientare le scelte terapeutiche andando verso una attenzione prioritaria per la sicurezza della paziente che subisce gli abusi.

Conclusioni

Le psicologhe e gli psicologi che accolgono la richiesta d’aiuto di una donna vittima di violenza possono fare molto, usando le proprie competenze anche nell’ambito della tutela della sicurezza. Il loro ruolo può essere cruciale sia nell’emergenza, sia nel post-emergenza, attraverso un empowerment mirato al rafforzamento della capacità di auto-tutela.

Una scelta di sicurezza è auspicabile anche in sede di psicoterapia, semplicemente non procedendo con una terapia di coppia quando si rileva una minaccia seria per l’incolumità fisica di una dei due o quando una dei due appare visibilmente intimorita ad esprimersi in presenza dell’altro.

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