Il 18 gennaio 2019 si è tenuto  il convegno dal titolo “Ciao maschio. La rappresentazione del maschile nella cultura della violenza.”

All’evento, organizzato presso la Regione Marche dalla cooperativa Polo 9, ho partecipato rappresentando il centro antiviolenza di Ancona. Dopo che sono state discusse le radici culturali del patriarcato e della rappresentazione del maschile che sottostà alla cultura della violenza sulle donne, sono stati presentati diversi servizi che offrono un percorso di consapevolezza e di responsabilizzazione per uomini che hanno agito violenza nelle relazioni di intimità, in particolare il punto V.O.C.E. che in Ancona ha istituito lo sportello di ascolto per maltrattanti. Come centro antiviolenza, ho avuto il ruolo di riportare l’attenzione sul vissuto delle donne, i soggetti che pagano il prezzo più alto di una mascolinità tossica, in termini di perdita di libertà, autonomia e sicurezza personale.

Ho così potuto portare la mia esperienza di affiancamento delle donne che desiderano liberarsi dalla violenza e sottolineato come anche una donna molto determinata nella sua decisione di lasciare un uomo maltrattante, possa tornare sui propri passi quando lui si mostra pentito e sofferente e dichiara di voler intraprendere un percorso di cambiamento.

Ma come facciamo a sapere se le sue dichiarazioni di buona volontà sono autentiche oppure non sono altro che una manipolazione, una tattica per convincere la donna a tornare sui propri passi e così riprendere potere su di lei?

La decisione di lasciare un uomo, benché violento, è spesso tormentata, difficile, dolorosa e carica di dubbi, soprattutto se la donna non ha una completa autonomia economica e si hanno magari dei figli insieme.

“Lasciarlo o rimanere?”

“Denunciare o no?”

“Le ho davvero provate tutte o c’è ancora qualcosa che posso fare per farlo cambiare?”

“E quanti tentativi devo fare prima di darmi per vinta e andare per la mia strada?”

La scelta di interrompere la relazione è ostacolata così da una serie di auto-accuse del tipo: “Se me ne vado sarò colpevole di aver sfasciato la famiglia, è una scelta egoistica, farò soffrire i miei figli togliendogli il padre, avrò dimostrato di essere un’incapace e un fallimento dome moglie e come madre”. D’altra parte tutti questi pensieri sono ampiamente rinforzati dal maltrattante, che non manca occasione per esplicitare e dare voce a queste accuse.

Ovviamente, se si aggiunge la dichiarazione di aver compreso i propri errori, di aver già fissato un appuntamento da uno psicologo, di voler cambiare seriamente stavolta, ecco che lei può essere tentata di offrire un’altra opportunità, per il bene della famiglia e dei figli, oppure semplicemente perché vuole credere alle promesse di lui.

“Che faccio, non gliela do una chance, proprio adesso che lui sembrerebbe che abbia capito?”

“Sono così cattiva ed egoista da chiudergli la porta in faccia, proprio quando fa lo sforzo di cambiare?”

“Ho sopportato per tanti anni e proprio ora che forse ci siamo cosa faccio, mollo?”

Naturalmente, qualunque essere umano ha la capacità di cambiare e crescere, compresi gli uomini che hanno agito violenza. I dati forniti dai colleghi che operano con i maltrattanti, tuttavia, non sono incoraggianti: pochissimi uomini violenti si rivolgono a questi servizi e ancora meno completano il percorso di consapevolezza che essi offrono. La statistica è impietosa: se un uomo violento dice che è cambiato, è più probabile che sia un inganno, piuttosto che la verità. Non solo: ad ogni ritorno tra le braccia di un uomo violento, ci si espone inevitabilmente ad un rischio di nuove e più gravi violenze. Si tratta quindi di un momento delicato e potenzialmente pericoloso.

Ma da quali elementi si può capire se le parole di lui corrispondono ad una vera spinta a cambiare le proprie modalità relazionali, nella direzione del rispetto? Ecco delle frasi tipiche, che le donne vittime di violenza si sentono dire dai propri maltrattanti per convincerle a tornare da loro. Analizziamole insieme:

 

“Sono già andato due volte dalla psicologa, come vedi io adesso sono cambiato, quasi non mi riconoscerai, ho capito quanto ti amo e quanto ho bisogno di te per vivere”.

Un percorso di crescita personale di sole due sedute è piuttosto miracoloso. Mettere in discussione fino alle radici i propri presupposti che giustificano comportamenti violenti, di umiliazione, fino alle torture personali gravi, non si fa con un impegno così esiguo. In secondo luogo, “ho bisogno di te per vivere” rivela un attaccamento morboso che è un segnale d’allarme: è proprio l’impossibilità di tollerare sul piano affettivo di perdere la persona amata vista come un oggetto di possesso, a motivare le persecuzioni e la limitazione della libertà della donna.

 

“Torna a casa, ti prego, faccio tutto quello che mi chiedi, lo giuro, sto troppo male senza di te, sii buona, così mi fai soffrire.”

Lui dà a intendere che cederà il suo potere in favore di lei, facendo tutto quello che lei desidera. Solo fermandosi alla superficie questo può essere rassicurante: lui non sembra infatti possedere l’idea di un rapporto veramente alla pari, fatto di scambio e mediazioni. O mi prendo tutto il potere e ti schiaccio, oppure graziosamente lo cedo tutto a te. In ogni caso, lui non perde occasione per farla sentire in colpa, attribuendole la responsabilità della sua sofferenza. La colpevolizzazione è da sempre una delle armi preferite degli uomini violenti.

 

“Lo so che ho sbagliato ad alzare le mani su di te, adesso l’ho capito, e anche a dirti tutte quelle brutte cose. Mi faccio schifo se penso a quello che ti ho fatto. Se tu magari riesci ad essere più comprensiva con me, io di sicuro ti mostrerò che posso essere una brava persona.”

Lui apparentemente riconosce di aver sbagliato. Il problema è sempre la sottile manipolazione attraverso la quale suggerisce che un po’ dipende anche da quanto lei riesce a essere “comprensiva”. E’ una inaccettabile condivisione delle responsabilità. Finché lui non si assume la totale responsabilità della violenza che fa, stiamo perdendo tempo.

 

“Da quando te ne sei andata, ho capito tutto, ho capito che ho sbagliato tante cose. Ma adesso gli errori che ho fatto li ho capiti, è stata tutta colpa mia, ma ora ti prego dammi un’altra opportunità.”

Non ci caschiamo: lui sembra volersi accollare tutte le responsabilità, ma in modo troppo vago e sfuggente. Se si è veramente consapevoli del problema, si deve essere capaci di nominarlo. Il problema della violenza è il fatto di non riuscire ad accettare una partner come una propria pari, con la sua libertà e i suoi diritti. Il problema della violenza è il bisogno di potere e di controllo su di una donna per potersi sentire un “vero uomo” (qualunque cosa voglia dire). Se lui non riesce a riconoscerlo esplicitamente, si tratta di parole vuote, dietro le quali non vi è alcuna consapevolezza.

 

E infine, attenzione: anche quando un uomo che ha agito violenza riesce a prendere consapevolezza del problema e ad assumersene la responsabilità, questo è comunque l’inizio di un processo di cambiamento, non la fine. E la strada è lunga.