La sensibilizzazione sulla violenza di genere, le sue dinamiche e le vie per affrancarsene può passare attraverso diversi canali. Uno di questi è il teatro.

Vorrei qui presentare l’esperienza teatrale particolare portata avanti da un gruppo informale di attrici non professioniste di cui faccio parte e che ha preso il nome di “A casa di Teresa“, ad indicare il luogo dove il gruppo ha iniziato a riunirsi.

L’opera che viene rappresentata è “La sala d’attesa” di Stefania De Ruvo. In una non meglio definita sala d’attesa si ritrovano 5 donne, tutte diverse ma, come scopriranno parlando, accomunate da un destino simile. Sono tutte vittime della violenza maschile. Nella dialettica, talvolta anche conflittuale tra di loro, i personaggi portano la propria esperienza di violenza, condividendola e contribuendo a illustrare un particolare aspetto della violenza.

È questa l’occasione per fornire qualche elemento in più alla comprensione della spirale della violenza, per capire il perché è una trappola dalla quale è difficilissimo fuggire e le conseguenze che ha anche sul piano psicologico, oltre che fisico.

Chiara è il personaggio che mette in scena il classico “ciclo della violenza”.

Le esplosioni violente si alternano a fasi di rappacificazione, in cui il maltrattante apparentemente riconosce e chiede scusa per il suo comportamento abusante, promettendo di cambiare.

È questa una dinamica che ritroviamo spesso nei rapporti maltrattanti e che contribuisce a costruire una gabbia le cui sbarre sono difficili da oltrepassare. La donna che ne è prigioniera si trova nella confusione: alterna momenti di paura a momenti in cui rinasce la speranza che lui abbia capito e che le cose cambieranno. Il suo sforzo è quello di sopportare, in attesa che questo cambiamento si attui; nel frattempo si impegna a mantenere una immagine di famiglia perfetta all’esterno, per vergogna, ma anche per la disperazione di chi si aggrappa a quel poco che c’è di bello nella relazione.

Maria è una donna più matura, che racconta di una vita volta a scongiurare le esplosioni violente attraverso l’obbedienza, la sottomissione, fino al totale asservimento. È questo il dramma delle donne che spendono una intera esistenza pensando che se saranno più capaci, attente, docili, dedite al proprio marito, lui sarà più calmo e non avrà motivo per rimproverare o peggio, picchiare. È il personaggio che ci fa capire quanto tutto questo sia inutile, perché il maltrattante agirà violenza comunque.

Nonostante la vittima continuamente colpevolizzi se stessa, individuando le cause della violenza in un qualche errore commesso, di fatto la violenza cesserà solo se e quando lui lo vorrà, indipendentemente dal comportamento di lei.

Il personaggio di nome Cristina rappresenta l’esperienza di abuso in famiglia. I suoi monologhi sono uno spaccato sul dramma dell’incesto e sul clima di omertà familiare che rende sole, abbandonate ad un carnefice che non si può avere la forza di contrastare, per il potere schiacciante che un padre può avere su una figlia. Cristina dà anche voce alle pesanti conseguenze psicologiche che un simile trauma può avere per tutta la vita, in termini di autostima distrutta, senso di impotenza, depressione profonda.

Lucia è la donna forte, risoluta, che reagisce immediatamente. La consapevolezza di sé e dei propri diritti la porta a lasciare il partner violento dopo il primo schiaffo. Lucia diventa vittima di atti persecutori pesanti e con conseguenze drammatiche. La sua vicenda ci fa riflettere su quanto sia ridicola la questione che a volte viene posta quando si parla di violenza domestica: “E perché non lo lascia, se non le piace come la tratta?”

Uno dei motivi principali per cui una donna non lascia un uomo violento è che sa i rischi a cui andrebbe incontro. La violenza peggiora, quando lei decide di separarsi, con conseguenze a volte anche letali.

Lucia è il personaggio che paga il prezzo della sottovalutazione del pericolo.

L’ultimo personaggio, senza nome, è la donna che instaura col proprio carnefice un legame di patologica alleanza.

In psicologia viene definito “legame traumatico”, caratterizzato da una forma di dissociazione per la quale la vittima stessa nega la violenza, se ne distanzia, non la vuole vedere.

Lo fa innanzi tutto per sopravvivere lei a una realtà tanto orribile da poterla accettare solo negandola o trovandole giustificazioni. Il legame traumatico “normalizza” l’abuso, lo rende accettabile, ma mina profondamente una obiettiva percezione della realtà. Forse, se è senza nome, è anche perché è di tutte le donne di questo dramma quella che più perde se stessa, annullandosi.

Il progetto che ruota intorno a “La sala d’attesa” ha molteplici obiettivi:

  • mettere in scena non tanto la violenza quanto la sua narrazione, attraverso le parole delle donne, ridando quindi voce a coloro che voce non hanno avuto;
  • sensibilizzare e far conoscere le dinamiche e le conseguenze della violenza, per riconoscerle, difendersene, denunciarle alle prime avvisaglie, anche quando riguardano persone a noi vicine;
  • contribuire a finanziare associazioni private che gestiscono importanti presidi: centri e sportelli antiviolenza innanzi tutto.

Il gruppo “A casa di Teresa” è a disposizione delle varie realtà territoriali a cui interessa fare sensibilizzazione attraverso questa modalità.